WEN – INCUBO – Maledette chiavi – Caterina Perrone

Le chiavi, dove sono le chiavi?

Si fruga nelle tasche. Possibile? Ma quante tasche ha?

Eccole, le guarda. Non sono le mie chiavi. Gira intorno lo sguardo. Non è la mia casa. Allora chi ha suonato?

Un’ansia la prende alla gola, deve chiudere la porta, poi guarderà dallo spioncino.

Le dita maneggiano le chiavi, che si impigliano negli anelli. Le mani tremano non riescono a stringere, il mazzo cade a terra e intanto i passi arrivano e le voci sono tante.

Ecco l’ha trovata, la infila nella toppa, la gira nella serratura ma non chiude. Non è quella giusta, ce ne deve essere un’altra, e loro suonano, bussano, spingono la porta.

Guarda dallo spioncino: un occhio enorme appoggiato dall’altra parte della lente. Non potrà dire che non c’è.

Dai, dai, possibile non riuscire a chiudere una porta?

Ecco questa deve essere la chiave. Le mani esitano come fossero malate. Finalmente le infila, gira e dà quattro mandate.

«C’è, è in casa, ha chiuso la porta, ma passiamo dalle finestre.» Sono voci che sussurrano. Sente anche il suo nome.

Le finestre! non ci aveva pensato. Corre. Ma quante finestre ci saranno in questa casa?

Non accende la luce, la vedrebbero.

Entra passo passo nella stanza, inciampa in una stoffa che è caduta, si aggroviglia, forse è una coperta.

Non ci sono tapparelle, ma imposte: dovrà aprire i vetri e sporgersi per chiudere.

Le voci sono già proprio lì sotto.

Sente un tonfo alle spalle.Si volta: due occhi la guardano dallo specchio. Arrgh!!! un gatto corre via.

Apre la finestra, appena lì sotto c’è silenzio e qualche scalpiccio. Deve protendersi fuori per acchiappare l’imposta. È inutile non c’è alternativa. Chiude gli occhi per non vedere, si allunga per acchiappare il fermo.

Una mano gelida le stringe il polso. La voce le si è stretta in gola, non riesce ad urlare. Non vede, sente solo quella pelle umida e gelata che serra. Si volta, cerca un’arma e trova proprio un coltello. Che fortuna.

Chiude gli occhi e si abbatte su quella mano. Sente un urlo. Le dita sono ancora lì avvinghiate alla sua mano, scorre un liquido freddo e scivoloso, verde come gli occhi del gatto.

Le scuote via ma non mollano. Chiude l’imposta con questo braccialetto che la strizza.

Ora le altre finestre, ma quante saranno? Porta con sé il coltello.

Gli occhi del gatto si sono messi in mezzo, miagola feroce, come una tigre, le contende la strada, la assale sulle gambe, sembra una vendetta per quello che ha appena fatto.

Se lo strappa da dosso, ma quello si aggrappa ai vestiti, alla pelle delle braccia.

Ha un’idea: prende il gatto che si divincola, glielo getterà addosso se entrano. La bestia si storce tra le sue mani, le morde, le graffia, sente denti e unghie nella carne, a stento riesce a tenerlo distante dal viso. Sangue dappertutto.

Dov’è l’altra finestra? Eccola, è spalancata.

Non saranno già entrati da quella parte…

Un’ombra, le è sembrata sgusciare via dalla porta.

Che deve fare? Chiudere o scappare lei dalla finestra?

Il gatto si è quietato o forse sembra piuttosto morto, forse lo ha strozzato nella foga di tenerlo stretto. Non è più la sua arma, dov’è la sua arma? Il coltello dove l’ha messo? Dove lo ha lasciato? Deve tornare a prenderlo o andare avanti?

Ecco l’ombra che torna, grande nera, vede i denti che ridono come occhi di gatto. Si avvicina, pare una bestia che sta per spiccare un salto.

Gli lancia addosso il gatto morto, ma quello ride ride, l’ha già presa per le spalle.

Balza sul letto annaspando in un urlo roco.

di Caterina Perrone

Rispondi