“Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, cacciato l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno che non si può mangiare il denaro.”
(Detto dei Nativi Americani)
La notte sempre più aliena incombeva sui nostri corpi deformi. Esseri mal assemblati che annusavano il lezzo della morte incombente. La Luna arancione si nascondeva dietro a nuvole fluorescenti che illuminavano i visi dei miei amici e li faceva sembrare delle zucche di Halloween.
La terra sotto i miei piedi tremava, e io con lei. Mi inginocchiai e misi l’unico orecchio a contatto con il cemento freddo: si percepiva un pulsare ritmico che presagiva sangue. Stavano arrivando gli abitanti della collina radioattiva: i cerberi a due teste. Un popolo testardo che si era rifiutato di lasciare le terre contaminate dalle scorie radioattive della centrale nucleare, implosa tanti anni fa a causa della fusione del nocciolo del reattore, gli scienziati la chiamarono: “Sindrome cinese”.
La mia gente era stata più furba: eravamo scappati come ratti da una nave che affonda, ma non ci eravamo salvati del tutto; nessun luogo del nostro mondo è libero dalle radiazioni, siamo tutti sulla stessa barca alla deriva. Anche se non posso negare che il mio terzo braccio non mi faccia comodo in combattimento, altre cose, come l’unico occhio di Fabio o i due nasi di Chiara non sembrano portare molti vantaggi, ma così è, e dobbiamo accettarlo. Errori fatti in un passato remoto hanno condannato l’umanità per sempre.
La polvere sollevata dai cerberi in marcia iniziava a sporcare l’orizzonte davanti a noi. Scariche elettriche disegnavano ragnatele blu nel cielo; un altro fenomeno dovuto alle sostanze tossiche che si riversavano ogni giorno nell’aria già putrida. Puzza di ozono e ammoniaca ammorbavano i nostri sensi già saturi di schifezze varie: bevevamo liquidi tossici e mangiavamo cibi contaminati da decine di anni. Eravamo già spacciati dalla nascita; la vita media si era abbassata fino a toccare cifre in voga durante il medioevo. Venivano alla luce più neonati morti che vivi. Eravamo zombie che camminavano incontro al Grande Carnefice.
Ogni settimana si ripeteva questa storia: la battaglia all’alba per l’unica pozza d’acqua ancora non troppo velenosa, non mortale. Le nostre scorte erano al minimo storico, ma visto come combattevano, anche i cerberi non dovevano stare messi troppo bene.
– Ragazzi, prepariamoci! Ai posti di combattimento!
Urlai con una voce roca rotta da attacchi di tosse cavernosa.
Presi la barra di ferro arrugginito che avevo portato con me fin lì e la sollevai con fatica sopra la testa. Nelle altre due mani avevo un coltello e un uncino acuminato che baluginava ai raggi della Luna malata.
Ero pronta.
La terra sotto i miei piedi tremava, e io con lei.
Ma io sapevo che dopo il buio c’è sempre la luce, fluorescente magari, ma luce.

di Adrano Muzzi

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