Avevo il privilegio di essere amico di Luca, o meglio, a dir la verità Luca era amico di mio fratello maggiore, infatti, ci correvano quindici anni fra noi, però aveva frequentato casa mia per anni e avevo abbastanza confidenza per rivolgermi a lui per organizzare una serata veramente speciale.
Noi amici, ci eravamo procurati tutti gli ingredienti “particolari” richiesti da Luca; la maggior parte li avevo trovati io, i più difficili però li aveva reperiti Piera, il suo compagno è ricercatore alla facoltà di chimica e questo aveva reso le cose più facili. Sapevamo che era proibito, ma sentivamo allo stesso modo che non era del tutto sbagliato.
Dopo la saturazione dell’atmosfera e la scomparsa definitiva delle acque commestibili, l’umanità si è data regole ben rigide per sopravvivere, dal nutrire il proprio corpo con del gel per veicolare acqua distillata e sali, al proteggersi la pelle con pomate per gli aggressivi dell’aria o infine passare rigorosamente la notte in camera iperbarica. È comprensibile che in un mondo così fragile il governo abbia proibito l’utilizzo di qualsiasi composto chimico non rigidamente controllato: è troppo facile suscitare esplosioni o gas tossici.
Tuttavia, quella sera Luca preparò la “roba”!
Nessuno di noi l’aveva mai provata, ne avevamo sentito solo parlare.
Fin dal primo pomeriggio assistetti Luca che, con tutta la sua attrezzatura, aggiungendo bicarbonato e acido cloridrico e polveri varie, infine bilanciando il PH del composto, generò un liquido opaco.
Successivamente aggiunse dei sali, poi una specie di terra, che definì semplicemente metallo, desalinizzò, centrifugò per togliere delle scorie e sottopose a elettrolisi l’intruglio. Ripeté queste azioni, intervallandole con dei test mediante misteriosi strumenti, per alcune ore. Sembrava tutto molto complesso, Luca meticoloso misurava tutto, guardandolo mi resi conto che non somigliava a uno scienziato, Luca era uno chef. Aveva studiato chimica con profitto, ma giunto alla tesi si innamorò di Ayaan, una ragazza somala, ed emigrarono in Svezia; lei morì di una febbre rara e lui tornò in Italia. Era socievole, ma dopo la perdita di Ayaan divenne silenzioso e chiuso, avevo faticato non poco per portarlo con noi. Lo osservavo: sentiva quello che faceva, non seguiva delle regole matematiche ma l’intuito, c’era il cuore dietro quelle mani. La “roba” assunse all’inizio un colore ambrato scuro, poi aggiungendo sali e metalli non meglio identificati, la colorazione cominciò a virare al rosso; dopo aver centrifugato e aggiunto ulteriori elementi ionizzati, solfuri, cloruri e magnesio, il liquido divenne trasparente, limpido.
Luca misurò la conduttività elettrica, non contento, aggiunse altri metalli con un dosatore che rilasciava quantità molto esigue. A quel punto fu soddisfatto: la “roba” era pronta.
La assaggiò, non doveva avvicinarsi nessuno prima di lui. Prese un cucchiaio, lo immerse nella sostanza limpida e ne versò il contenuto in un bicchierino da liquore. Annuì ai nostri sguardi interrogativi. Perché la roba facesse il suo effetto, dovemmo portarla a cinque gradi centigradi.
Poi, avremmo provato questa nuova sensazione.
Dopo ore in religioso silenzio a contemplare le mani di Luca, i suoi strumenti e la sua espressione, cercando di carpirne i pensieri, eravamo tutti inquieti, emozionati e anche un po’ spaventati.
Dopo aver mangiato qualcosa alla buona, togliemmo il beverone dal frigorifero: arrivò il momento. Ci mettemmo uno accanto all’altro, al tavolo di sala, e distribuimmo la “roba” in piccoli bicchieri.
Cominciammo a sorseggiare. Aspettavo e guardavo un po’ tutti, ricordo la piccola Giada che bevve un sorso, gli occhi le brillarono e ne butto giù subito un altro, quasi a finire il bicchiere.
Mi decisi: la sensazione di fresco tonificante e rigenerante, del tutto sconosciuta, fu qualcosa che si adattò completamente ai miei desideri, a un bisogno che scoprii nuovo e irrinunciabile. Ne riprendemmo ancora, fino a che la brocca fu asciutta; poi rimanemmo a guardarci sereni, l’uno con l’altro, senza dire niente. Qualcuno si lasciò andare sul divano, altri appoggiarono la testa sul tavolo.
«Ma davvero» chiese Giada a Luca, «un tempo questa roba era dovunque?»
«Certo, è in tutti i libri di storia. Usciva dalla terra.»
«Com’è che si chiamava?»
«Acqua di sorgente.»

di Francesco Fattorini

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