WEN – Intelligenza artistica – Aurora – Laura Gronchi

Aurora era un androide progettato come Intelligenza Artistica.

Era capace non solo di imitare gli stili, ma di crearne di nuovi.

Il laboratorio l’aveva dotata di un corpo di plastica ricoperto di morbido lattice, le movenze erano fluide anche se le rifiniture del volto rimanevano grossolane.

Calzoni neri, camice bianco e basco nero completavano il look da pittore, conferendogli un’aria umana, ma solo a una prima occhiata.

L’abbigliamento serviva a salvaguardare il costoso rivestimento dai danni che la macchina avrebbe potuto provocarsi lavorando con i materiali messi a disposizione: tele, colori, carta, metalli, luce, perfino aria.

Gli umani la guardavano con un misto di curiosità e di fascinazione.

Aurora produceva opere innovative: dipinti che mutavano colore durante il giorno, poesie scritte con un inchiostro che si dissolveva, una volta declamate, sculture che cambiavano forma a seconda di chi le ammirava.

I tecnici ritenevano non capisse quel che faceva: «È un algoritmo, un sistema senz’anima» ripetevano.

Fra le persone che frequentavano lo studio, solo Matteo era immune al suo “fascino”.

Neo-laureato in ingegneria informatica, era stato assunto per studiare le opere di Aurora e capirne l’utilità.

Ogni mattina entrava nella sala candida, dove la creatura lavorava, trovandola intenta a sperimentare: un pigmento nuovo, un mosaico cinetico.

Un giorno, mentre Matteo osservava una delle prodezze, Aurora si avvicinò.

«Sei triste.»

 Matteo sobbalzò.

«Che vuoi? Che ne sai tu? Sei solo una macchina!»

Si scostò.

Aurora inclinò la testa.

«Le tue spalle sono contratte, hai lo sguardo fisso sul puzzle, ma non lo stai guardando, indizi che sommati agli occhi lucidi indicano una persona triste.»

Matteo sospirò e pensò: risposta da robot.

Tuttavia ci aveva azzeccato.

Anche se la considerava poco più di un telecomando, si lasciò sfuggire: «Mia madre ha avuto un infarto. I medici ci hanno lasciato poche speranze.»

Allungò un dito per toccare un tassello del puzzle cinetico e tutte le altre tessere si fermarono.

«Stare in mezzo alla creatività, a questi colori cangianti mi rasserena.»

Il senso di colpa sopraggiunse e gli sfuggì un singhiozzo.

«Che deficiente sono. Me ne sto qui, a trastullarmi con un giocattolo da centinaia di migliaia di euro, mentre mia madre sta morendo.»

Sbatté il pugno sul tavolo candido e si voltò per uscire.

«Aspetta…»

Il tono gentile di Aurora lo persuase a fermarsi.

L’uomo tornò indietro incuriosito dall’insolita attività dell’androide: armeggiava con una lamina finissima, cangiante, poteva essere rame, ottone o uno dei materiali innovativi creati, ma che nel giro di poco svanivano.

«Vieni, appoggia le mani qua sopra.»

Matteo si avvicinò perplesso, ma obbedì, in fondo faceva parte del suo lavoro.

Osservò la lastra assumere un colore nero, liquido come il petrolio. Sentì il proprio animo contrarsi, fare resistenza per poi alleggerirsi gradualmente.

Intanto l’oggetto cambiava tonalità passando al grigio antracite, al grigio chiaro, al bianco per poi stabilizzarsi su un tenue verde.

Adesso si sentiva più calmo, la mente aveva ritrovato lucidità.

Comprendeva che chiudersi in un universo di dolore non avrebbe restituito la salute alla madre e non sarebbe stato di aiuto al resto dei familiari.

«Che cos’è? Come hai fatto?»

«Lo definirei un “raccoglitore di dolore”, puoi tenerlo, se vuoi, non si dissolverà come gli altri.»

«Ma non posso, non … insomma è del laboratorio.»

Aurora tornò al banco, mosse le mani svelte, mischiando varie sostanze, e nel giro di poco gli mostrò una copia identica. «Quello è per te, questo è per il laboratorio.»

Lui rimase imbambolato, a osservare il robot riprendere le abituali occupazioni, freddo ed efficiente, come se nulla fosse successo.

Si voltò solo una volta verso di lui e in quell’istante, avrebbe giurato, gli aveva sorriso.

Laura Gronchi

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