WEN – Intelligenza artistica – Verso il nord – Manna Parsì

A Leila piaceva scrivere da sempre. A scuola le materie preferite erano letteratura persiana e scrivere temi. Quando finì le scuole superiori non ebbe modo di esprimere il suo talento perché dovette cominciare a lavorare per motivi economici. Il padre era malato da anni e la madre doveva anche badare agli altri figli. Leila si fece assumere da una scuola elementare come maestra di lingua farsì e di geografia, così insieme ai suoi studenti ‘viaggiava’ per il mondo. Dopo cinque anni di lavoro aveva tanto risparmiato da potersi iscrivere all’università e si laureò in letteratura persiana con il massimo dei voti. Durante gli anni universitari sbocciò il suo talento letterario. Scrisse per diversi giornali e riviste e si era fatta conoscere negli ambienti letterari di Teheran, i suoi lavori passavano di mano in mano ed erano al centro di dibattiti tra intellettuali giovani e vecchi.

Aveva appena compiuto quarant’anni quando si alzarono i primi venti della rivoluzione islamica nel suo paese che subito si trasformarono in una tempesta devastante.

Molti dei suoi amici scrittori finirono in carcere per ideologie sovversive. Altri lasciarono il paese.  Leila fu catturata e condannata come spia dell’Occidente perché, a parer loro, diffondeva modelli di donna non consoni alla fede islamica.  

I libri di Leila raccontavano di donne che condannavano il patriarcato lottando per prendere in mano il loro destino. I rivoluzionari, scandalizzati, bandirono i suoi scritti e le proibirono di scrivere, a meno che non scrivesse di donne obbedienti ai mariti che crescevano i figli credenti ai dettami dell’Imam e del libro sacro. Loro non avevano bisogno di donne pensanti, le dissero.

Leila si sentiva oppressa nel suo paese che cancellava tutta la sua creatività a colpi di regole assurde.

Molti amici che ormai vivevano all’estero le suggerirono di lasciare il paese e ricominciare altrove. Ma per Leila non era una scelta facile. Non poteva da un giorno all’altro abbandonare la famiglia e sradicarsi completamente dalla terra a cui era molto legata. La madre cercò di convincerla che un paese ti appartiene finché esaudisce le tue necessità e nel momento in cui ciò non avviene l’Iran diventa un paese come un altro. Cosi Leila a malincuore se ne andò lasciando i suoi cari.

Partì per il nord Europa da alcuni amici. Trascorse un anno tra continui malesseri fisici e psicologici, spogliata della corazza di ottimismo che la proteggeva già da bambina e si sentiva vulnerabile e perduta tra ghiaccio e neve del Nord.

In quell’anno, periodo di transizione come lo chiamava lei, imparò la lingua locale e per guadagnare insegnava la lingua farsi a tanti figli di esuli iraniani che, come lei, avevano scelto la strada della libertà. Il secondo anno andò meglio. Si era abituata al freddo crudele di quelle parti e usciva più spesso da casa. Conosceva meglio anche la lingua e riusciva a costruire frasi semplici.

Un giorno mentre Leila prendeva un caffè al bar le si avvicinò una giovane donna e si presentò. Le disse che era una sua ex studentessa al liceo a Teheran e che era emigrata dall’Iran da più di dieci anni. Gestiva una casa editrice di libri scritti in lingua farsi e aveva un buon numero di lettori. Le chiese di collaborare e così Leila cominciò a lavorare come redattrice. Più passava il tempo più si sentiva a suo agio in quel nuovo spazio che il destino le aveva riservato e le ritornò anche la voglia di scrivere. Iniziò con una autobiografia raccontando la sua esperienza sotto un regime totalitario e il suo dovere di diffondere la verità.

Quando la sua padronanza della lingua aumentò decise di scrivere per giornali e riviste locali. Era un periodo felice per gli artisti ‘esotici’ e i suoi scritti ebbero un immediato successo. Fu intervistata da diverse riviste femminili e ogni volta Leila si presentava con gli abbigliamenti tradizionali persiani, con colori sgargianti contraddicendo l’immagine che aveva l’occidente delle donne iraniane. Era un motivo di delusione per alcuni editori che preferivano rappresentare stereotipi di  genere per avere più lettori. Questo non sarebbe successo a uno scrittore uomo, pensò. Allora decise di scrivere della storia ultra millenaria della Persia, con personaggi veri e fittizi che la fecero diventare una grande nazione. Il primo romanzo ebbe un successo mondiale e fu tradotto in diverse lingue. Seguirono altri romanzi che ebbero lo stesso successo.

Oggi Leila lavora per un noto quotidiano e continua a scrivere del suo paese a modo suo. Vive insieme ai fratelli e ai nipotini in una fattoria vicino Malmö e coltiva verdure biologiche, la sua seconda passione. Non è più tornata in Iran ma il suo paese vive nella sua mente vivida più che mai.

Sono una sua lettrice appassionata da anni e ho avuto l’occasione di incontrarla in Italia. È stata una giornata solare, lontano dal freddo del nord, e abbiamo parlato dell’Iran che conoscevamo noi.      

 

Manna Parsì

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