
La FIAT 500 bianca incastrata dalla furia del fiume sotto la base del cancello di ferro ancora chiuso, ma scardinato nella parte inferiore… la serratura del portone di casa forzata un po’ prima di scattare per togliere le mandate… l’uscio di quercia stagionata, pregno d’umidità, vinto solo dal vigore dei due uomini –padre e figlio- che con la forza della disperazione lo aprirono. I càrdini cigolarono dolenti come a dire:
“No, non entrate a vedere lo scempio!” e la madre, accorta, che aveva capito, emise un gemito. Entrarono.
Sul pavimento in cotto secolare un tappeto di fanghiglia, omogeneo lubrico, su cui qua e là affioravano poveri oggetti sparsi: pentole e padelle in alluminio ammaccate cocci di ceramica vetri rotti la bambola di biscuit coi capelli scarmigliati gli occhi storti affossati e i pizzi incrostati di fango. Il frigorifero nuovo di zecca, messo sul tavolo di ciliegio per essere salvato dalla piena e precipitato giù a terra dalla furia dell’acque, ora si mostrava ridicolo e tragico insieme a gambe all’aria con motore piedini in metallo e rotelle oscenamente in bella vista: tanta e tale era stata la forza del Bisenzio nell’uscire dalla breccia del proprio argine e abbattersi rabbiosa su campi e case adiacenti!
Su tutte le pareti a pianoterra del palazzo il fiume aveva lasciato la sua firma: alta più di un metro e mezzo una fascia d’umido misto a fango, che proseguiva ininterrotta lungo i muri delle stanze fino alle scale; lì l’acqua era ascesa su pei primi dieci gradini in pietra serena –ah i dieci Comandamenti!- e all’undicesimo s’era fermata, non osando lambire né il primo pianerottolo né la sua volta a crociera con le stelle lucenti nell’azzurro.
Babbo mamma e figlio, asserragliati al piano nobile dell’antico palazzo, nel buio della notte del 4 novembre, avevano assistito al lume di candela, impotenti, allo scatenarsi furioso della Natura, che sembrava avere mille piedi e mille braccia da scagliare contro uomini animali piante e cose.
Nel buio della notte verso le quattro erano stati svegliati dai rintocchi a martello provenienti da tutti i campanili della piana d’Arno;
“Presto vestiamoci, mettiamo in salvo il possibile dalla piena del Bisenzio!” aveva detto il babbo, infilandosi svelto pantaloni e stivali in gomma, ma ancora inconsapevole dell’enorme catastrofe naturale che stava avvenendo. La mamma, pur operata da pochi mesi all’intestino, era schizzata giù dal letto, così come il figlio, ventunenne, ed erano scesi a pianterreno tutti e tre; tutti e tre coi piedi nel fango avevano piazzato sui tavoli sedie e poltrone, i serviti “buoni” in cristallo o porcellana e il frigorifero; poi al crescere turbinoso dell’acqua s’erano arresi e, saliti sulla prima rampa di scale, da lì avevano assistito sgomenti gradino per gradino alla progressiva vorace ascesa dei flutti, mentre la voce del fiume ululava sempre più cupa e formidabile, mischiata ai disperati muggiti dei buoi ai nitriti dei cavalli al ragliare orrendo degli asini che intrappolati nelle stalle cercavano invano a calci e morsi di liberarsi e fuggire per non morire annegati.
A tutto ciò pensavano i tre il 16 novembre, appena rientrati a casa dopo il forzoso soggiorno presso il convento delle generose suore Passioniste di Signa; di fronte a tanta devastazione, l’impotenza lo sconcerto li pervase… gelato dallo sgomento il loro cuore in mezzo alle viscere si strusse cera molle al lume di candela… gli occhi e la gola polle inaridite.
Il figlio soffermò lo sguardo su una delle inferriate delle due finestre del salone a pianoterra. Le nove sbarre di ferro verticali, spesse schiacciate come lesène con la sommità lavorata nell’acume di robuste punte di lancia, s’intersecavano al mezzo, ortogonali, con altre tre poste in orizzontale… tutte e nove lisce diritte, tranne la quarta, al centro, deformata in un punto, avvitata su se stessa:
“Ero in sala –risuona la voce del babbo nella memoria del giovane- e… gli Americani Oltrarno all’impazzata sparavano sui Tedeschi in ritirata verso il nord Italia… dalla finestra aperta un grosso proiettile colpisce la grata… batte stride e fa scintille il ferro col ferro… la sbarra percossa di sfrisio si slabbra attorcigliandosi… il proiettile devìa la propria traiettoria… mi sfiora un orecchio che sanguina un poco… si conficca tra le pietre di questa parete… io salvo! Lo vedi, lì?! Il buco con nel cuore la palla deformata?! Non l’ho mai fatta estrarre né tappare il foro… ci ricorda che siamo scampati alla guerra… ora tutto potremo affrontare… insieme.”
Il figlio notò un oggetto incastrato nell’inferriata…ed ecco… una buffa statuetta di un buffo guerriero longobardo in ceramica con tanto di armatura, elmo, lancia e scudo in peltro e due piedi enormi in sandali che lasciavano scoperti gli alluci turgidi sgraziati.
“Perbacco… il soldatino… il dono un po’ irriverente della ragazza fiorentina che ho incontrato l’estate passata… a San Vincenzo… ci conosciamo solo da pochi mesi, ma… che fuoco m’ha acceso nell’anima…”.
Giunto al mare fresco fresco di congedo militare, il ragazzo le aveva raccontato tutte le sue recenti peripezie della naja; lei, dopo averlo ascoltato paziente per tutta la vacanza, in uno dei loro primi appuntamenti fiorentini gli aveva regalato tra il serio e il faceto la tenera e goffa statuetta del soldatino longobardo, come a dire:
“Hai superato indenne la leva… da artificiere!… tra ordigni inesplosi da disinnescare… tra polvere pirica e nitroglicerina… ora potrai affrontare tutto a questo mondo!” Ed ecco che egli risentì su di sé il profumo di lei, lo sguardo ora tenero ora sorridente, il corpo armonioso e a voce alta con una pala in mano disse:
“Babbo, mamma, su diamoci da fare… un po’ per volta rimetteremo a posto la casa, anzi la faremo rifiorire… alla radio dicono che da tutto il mondo sono giunti a Firenze alluvionata volontari per prestarle soccorso… qualcuno aiuterà anche noi… e poi, come si dice, aiutati che Dio ti aiuta! Tu, però, mamma, non ti sforzare e lascia i lavori pesanti a noi due che siamo uomini…” poi, guardando all’esterno l’utilitaria bianca incastrata nel cancello, aggiunse a mezza voce:
“Ricomprerò anche la FIAT 500… a Firenze qualcuno mi aspetta!” e di buona lena iniziò a spalare melma, vigorosamente.

Rispondi