WEN – Intelligenza emotiva – C’è il sole – Terza Agnoletti –

Firenze alluvionata!

Ero giovane. Da pochi anni insegnavo in una scuola di campagna e quando potevo frequentavo le lezioni dell’università, proprio a Firenze.

La città dove abitavo è lontana dall’Arno. L’orrore dell’avvenimento ci aveva raggiunti attraverso la radio e la televisione, ma, soprattutto, attraverso le testimonianze di parenti o amici che ne erano stati vittime.

Un gruppo di studenti universitari, di cui anch’io feci parte, cercò di dare subito un piccolo aiuto. Organizzammo una raccolta di medicinali: andavamo agli studi medici per chiedere i campioni gratuiti offerti dalle case farmaceutiche, che ci venivano consegnati con slancio, quasi con gratitudine. In pochi giorni ne raccogliemmo una bella quantità, ma non sapevamo come fare per portarli a destinazione.

Ero proprietaria di una Topolino che mi serviva per raggiungere la scuola dove insegnavo. Gli amici mi suggerirono di andare con quella a Firenze, nella zona di Santa Croce, dove c’era un piccolo centro di assistenza per gli alluvionati. Accettai subito, anche se con un certo batticuore. Sarei andata la domenica mattina.

In famiglia trovai una forte opposizione, non da mia madre, che, se avesse potuto, sarebbe andata perfino a piedi per alleviare qualche sofferenza, ma da certi membri più giovani.

“Dove credi di andare? Le strade della città sono piene di fango e nel fango c’è di tutto. Se fori le gomme, che fai?”

Bisogna pensare che i cellulari ancora non c’erano e molti altri telefoni non funzionavano più.

Altre critiche

“Mandaci quei buoni a nulla che te l’hanno chiesto.  Approfittano di te perché sei scema e non ragioni!”

“Non capisci nulla!”

A quest’ultima offesa risposi:

“E’ vero: Soprattutto non capisco voi.”

Avrei dovuto chiedere a qualche amica di accompagnarmi, ma non avevo osato farlo e nessuna si era offerta spontaneamente. La domenica mattina partii da sola.

Andavo piano. La piccola Topolino a volte slittava nel fango, però arrivai a destinazione senza danni.

Trovai un gruppo di volontari stremato dalla stanchezza. Uno di questi, un ragazzo più giovane di me, aveva lavorato due giorni e due notti senza mai dormire ed era a pezzi.

Quello che sembrava il capo o, almeno l’organizzatore, mi disse:

“Te la sentiresti di andare fino a Montorsoli? Abbiamo un deposito di rifornimenti in una villa. Ci manca del materiale e non sappiamo come andare a prenderlo.”

“Come faccio a dirvi di no?”

Allora, rivolto al ragazzo di cui ho parlato prima:

“Vai con lei. In macchina ti riposi un po’.”

Il viaggio non era facile. Sui viali i vigili bloccavano per controlli il poco traffico che c’era e commisi anche un’infrazione. Per fortuna mi avevano dato una fascia con la croce rossa da tenere al braccio e il vigile che mi aveva fermato mi lasciò ripartire con un blando rimprovero.

Il mio passeggero sonnecchiava.

Superato il tratto più ripido della salita, ecco sulla destra il viale che conduceva alla villa dei rifornimenti. Qualcosa: un cambio di marcia, un’accelerazione o un rallentamento svegliò il mio passeggero che si guardò intorno ed esclamò:

“Il sole! Oh, c’è il sole!”

Il sole c’era anche quando eravamo in città, ma in quella desolazione, in mezzo al fango e alla disperazione di chi aveva perso tutto, non se ne era accorto. Dalla sua esultanza compresi perfettamente che avevo fatto bene, che il mio intervento non era stato frutto di stupidità come mi avevano gridato prima che partissi. Mi sentii sollevata, anzi ricompensata.

Anche il ritorno a casa fu senza incidenti.

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