
Può Dio creare una pietra così pesante che nemmeno Lui può sollevare?
Se può crearla, non è onnipotente dato che poi non può sollevarla; se non può crearla, non è onnipotente appunto perché non può crearla. Dunque il concetto di onnipotenza è assurdo.
Il Creatore di Universi stava meditando, con dolore, per l’ennesima volta sul paradosso della Sua esistenza. Essendo un Essere personale, poteva provare dolore e tutte le altre emozioni che aveva attribuito agli esseri senzienti da Lui creati. Già, le Sue creature: questo era il suo pensiero costante. Disseminate su infiniti mondi, in infiniti universi, create a Sua immagine e somiglianza, avevano qualcosa che Lui non avrebbe potuto mai avere: la mortalità. Il Creatore di Universi non poteva morire, la sua vita procedeva dall’infinito passato all’infinito futuro, inesorabile: continuava a creare esseri che rimpiangevano la brevità della loro vita, senza nemmeno sospettare lontanamente che il loro Creatore li invidiava proprio per questo. Le loro vite erano preziose proprio perché limitate e irripetibili. Ogni vita era diversa da un’altra, non ce n’era una uguale – essendo gli universi infiniti – e così sarebbe stato per l’Eternità. Gli universi nascevano, si sviluppavano, ospitavano innumerevoli forme di vita più o meno evoluta, e poi decadevano e morivano, dopo miliardi di miliardi di eoni.
Lui poteva creare solo cose “imperfette”, perché se avesse potuto creare qualcosa di perfetto la creatura sarebbe stata identica al Creatore, e ciò violava la Logica a cui era vincolato perfino un Essere Onnipotente. Era quindi condannato alla solitudine, non potendosi rapportare a un altro Essere Onnipotente separato da Lui stesso. Non avrebbe mai potuto avere una Lei Onnipotente e Immortale; questa cosa lo faceva impazzire, perciò aveva inventato l’Amore, e lo aveva inventato in modo che facesse soffrire quelle piccole vite limitate che potevano almeno sperare nella felicità di un rapporto di coppia, a Lui precluso.
Il Creatore di Universi non era né buono né cattivo: non nel senso in cui lo intendevano le Sue creature. Il Creatore di Universi aveva il cuore di un bambino intento a giocare alle costruzioni: provava lo stesso piacere nel costruire per poi distruggere e costruire di nuovo con i “pezzi” eterni quanto Lui. Ogni universo era infatti “creato” a partire dalla stessa materia ed energia avanzata da un vecchio universo ormai morto, e questo da un tempo infinito.
Il Creatore di Universi sospirava, affacciato dall’Aleph, il punto nell’universo che contiene tutti gli altri punti, e osservava l’esplosione di una Supernova in una galassia, un bambino che giocava a pallone in un cortile, in un pigro pomeriggio estivo, un uomo che moriva in solitudine sotto le macerie di un terremoto, una donna che partoriva nel dolore un bambino già morto prima di nascere, e tutto ciò registrava nella sua mente infinita.
In quel preciso momento su un piccolo e fragile pianeta nella periferia di una galassia simile a infinite altre, un altro creatore di universi, in scala infinitamente più piccola, era all’opera. Era un giovane scrittore e stava appunto creando una storia ambientata in un universo immaginario che, sotto le dita veloce sui tasti del computer, diventata reale per lui e per i futuri lettori. Quella creazione effimera sarebbe sopravvissuta relativamente a lungo al suo piccolo e fragile creatore, regalandogli una sorta di “immortalità” (ah, se avesse saputo cos’era davvero l’immortalità!) che lo consolava dal male che lo avrebbe condotto a una fine prematura.
Il Creatore di universi guardò con attenzione quello che succedeva dalle parti del Creatore di storie. Contrariamente a quello che si aspettava, le storie che il creatore di storie aveva scritto non erano infinite. Il loro numero non superava la ventina. «Eppure», pensò il Creatore di universi, «quell’uomo è molto giovane ma molto malato. I miei informatori mi hanno detto che laggiù si dice che non avrà ancora molto tempo prima della sua morte. Già questa, la possibilità di morire e lasciare opere che dureranno in eterno, è una cosa che mi fa andare fuori di testa. Vorrei poter essere io a fare quella fine. No! Io sono condannato a vivere in eterno, perché solo io posso dare continuità alle mie imperfette opere: ogni volta che un mondo scompare o si deteriora, sono costretto a ripararlo o metterne in moto un altro, altrimenti si rompe l’equilibrio di tutto ciò che ho costruito e dovrei, comunque, ricominciare tutto da capo. Ricordo ancora quando, poco più una manciata di anni fa, in quel piccolo pianeta abitato da quella specie strana, gli umani si chiamano tra loro, questi ultimi, sempre in contrasto anche violento tra di loro, riuscirono nell’impresa di distruggere il pianeta stesso e quasi tutta la loro razza per non essere stati capaci di mettersi d’accordo tra chi era per prendere drastiche misure contro l’inquinamento che lo stava mettendo a rischio e chi pensava che era possibile continuare a vivere a lungo come avevano fatto nell’ultimo secolo.
Ricordo ancora quanto dovetti penare, quando il pianeta collassò definitivamente emettendo gas tossici che distrussero la maggior parte di quegli umani, quanto penai, dicevo, per trovare un pianeta simile a quello, disabitato per non far nascere nuovi contrasti, e adeguato alla vita cui erano abituati quegli umani. Lo trovai in una galassia nella “via lattea”, così chiamata per la gran quantità di pianeti che la popolano, che io stesso avevo provveduto a disseminarne di disabitati in caso di bisogno. Fu lì che trasportai quei pochi milioni di esseri viventi che riuscii a strappare alla diffusione dell’inquinamento. Ed è lì che ho individuato il creatore di storie che, dopo aver scritto storie che rimarranno sicuramente nella memoria eterna dei suoi simili, si appresta a vivere il tempo che gli resta rileggendo i migliori libri, secondo lui, che la sua razza ha prodotto e che lui, quando l’ho trasportato nel nuovo pianeta, ha portato con sé racchiusi in un numero limitato di marchingegni. Praticamente, mi dicono i miei informatori, racchiusi in quelle cosiddette “chiavette” si trovano tutti i libri, sicuramente quelli che meritano di essere conservati in eterno. Coloro dei miei che hanno avuto modo di scorrerli (cosa che poi ho fatto anch’io, naturalmente!) mi hanno parlato di mondi molto antichi, secondo il concetto di tempo di questi esseri, dove già si faceva riferimento a guerre tra città della prima, apprezzabile civiltà di quel tempo: quella greca. Ho letto con questi miei occhi eterni di una guerra durata a lungo per il possesso di una donna! Da qui pare abbia origine, in quella strana civiltà degli umani, una inconcepibile divisione degli umani stessi tra uomini e donne, con queste ultime destinate ad un ruolo inferiore rispetto ai primi. La verità è che anch’io sono rimasto affascinato dalla lettura di questi mondi, costruiti dal loro creatore e che rimangono tali in eterno. Da qui la possibilità, per il loro creatore, di morire in pace lasciando vivere per sempre le sue creature. Ecco la ragione della mia invidia e di un ultimo mio desiderio: imparare anch’io a costruire con la forza della mente dei mondi affascinanti, in maniera tale che possano durare per sempre senza cambiamenti o riparazioni che richiedano la presenza del loro creatore. Se riuscirò anch’io in questa impresa, potrò soddisfare il mio desiderio!»
Il creatore di mondi si sforzò di costruire storie con la sola forza dell’immaginazione, ma si rese conto che ogni volta che pensava di costruire qualcosa, quella stessa cosa si materializzava davanti ai suoi occhi e non riusciva a portare a termine nessun tipo di racconto di sola fantasia da mettere in uno di quei congegni o chiavette da cui trasferire le storie nel marchingegno o lettore per gustarne la costruzione esclusivamente fantastica. Al costruttore di mondi non restò altra scelta che prendere le sembianze di un essere umano e chiedere di incontrare il costruttore di storie.
Il loro approccio non fu dei più facili. Alla fine il costruttore di mondi fu costretto a raccontare tutta la sua storia (non proprio tutta, per esempio trascurò di dire che i suoi mondi erano quasi sempre imperfetti!) e a umiliarsi, lui che non aveva mai avuto bisogno di aiuto da nessun altro. Il creatore di storie e universi, dopo averlo lasciato parlare a lungo, gli disse che per lui ci voleva una scuola speciale. «Ci vuole un corso di scrittura creativa, che ti insegni a farle nascere nella tua testa le storie, a trattenerle e poi metterle nella chiavetta. Vedrai, con un corso come dico io, ci arriverai anche tu. Ci arrivano quasi tutti… Solo che dobbiamo farlo da subito, io ho pochi mesi di vita, poi questo maledetto malanno mi porterà via. A proposito, tu che hai così tanti poteri, come mi hai detto, non puoi farci nulla?»
Il costruttore di mondi era felice per la proposta che l’altro gli aveva fatto. In quanto al malanno, gli disse che l’unica volta che ne aveva sconfitto uno c’era riuscito a modo suo: facendo una “riparazione” dell’uomo malato e ricostruendolo come faceva con i mondi.
«Ti potrai salvare dal malanno, avrai lo stesso aspetto, ma per il resto sarà come se tu fossi un’altra persona. Dimmi se ti sta bene e poi procediamo».
Il costruttore di storie accettò subito la proposta, mentre l’altro si angustiava al pensiero che lui non cercava altro che la morte dopo così tanti milioni di anni passati a costruire e riparare mondi e questo umano era addirittura felice di poter allungare la sua vita, a costo di trasformarsi così a fondo.
Il corso di scrittura creativa fu avviato dopo pochi giorni e nel giro di un buon numero di lezioni iniziò a dare i suoi frutti. Fu così che il costruttore di mondi cominciò a scrivere una storia d’amore tra un essere sovrannaturale, una specie di costruttore di mondi (c’è sempre qualcosa di autobiografico nell’opera d’esordio!) e una dea scesa apposta dall’Olimpo per incontrarlo e, come successe, per innamorarsene. Fu una storia dapprima travagliata (nessuno dei due voleva rinunciare alla sua missione nel mondo) poi sbocciò in una sequenza di momenti magici di amore tanto che, una volta diffusa tra il pubblico, riscosse un successo enorme e fu da subito catalogata tra le opere che sarebbero durate in eterno.
A quel punto il creatore di mondi vide che il suo ultimo desiderio si stava realizzando: ora poteva, al pari degli umani, lasciarsi andare ad una morte da così tanto tempo desiderata.
Quando espresse questo suo desiderio ai suoi collaboratori, questi ne dissero di tutte per scoraggiarlo da tale proposito.
«Chi si occuperà di costruire nuovi mondi quando quelli esistenti si consumeranno, come è avvenuto per il pianeta da cui proviene quel costruttore di storie che ti ha fatto perdere la testa con queste fantasie che ti sei messo a scrivere? E chi riparerà i guasti che le guerre tra le galassie stanno già producendo?»
Il costruttore di mondi li guardò uno ad uno con uno strano ghigno nella faccia. «Avete detto bene, comunque ci si affanni a riparare e a creare nuovi pianeti o galassie, non si fermeranno mai gli scontri degli uni con gli altri, le guerre, l’inquinamento mortale. Quando tutto quello che ho creato sarà distrutto, allora forse, tra milioni di anni, ci vorrà qualcuno immortale che ricostruisca tutto, illudendosi che possa durare per sempre». Fece una pausa, li guardò dritto negli occhi e disse di nuovo loro: «Ma io non ci sarò».
Si frugò in tasca e trasse una pastiglia che inghiottì immediatamente. Gliela aveva donata il costruttore di storie, ormai guarito, che la teneva nel caso la malattia si fosse aggravata procurandogli troppo dolore. Era servita a soddisfare l’ultimo desiderio del costruttore di storie.

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