WEN – LOTTA – Ciao, bella ciao – Marisa Miranda

Mi ricordo ancora quella mattina d’estate. Com’eri bella mentre ti pettinavi i capelli biondi che scendevano lungo le spalle nude. Una sensazione come quella non l’ho più provata, mia dolce Ilaria. Oggi è il 25 aprile sai? Che stupido che sono, non puoi saperlo.

Mi sono messo un fazzoletto al collo, ho afferrato il bastone e sono uscito alle 7 del mattino. Mia figlia abita nell’appartamento accanto al mio, è un vero angelo però…sempre così apprensiva, non vuole che esca da solo, ha paura che cada. Non capisce che non posso mancare, devo essere lì, uno tra i pochi in grado di testimoniare. Non te l’ho detto ancora, ma è morto, lo abbiamo sconfitto. Com’eri buffa quando lo imitavi: mettevi le mani lungo i fianchi e scurivi la voce. Riuscivi a farmi ridere anche in quei momenti oscuri con la pancia vuota e i proiettili in canna. La vita non è giusta, amore mio. Io, quasi centenario, tu svanita. Del resto eri una meteora che si era affacciata su questa terra per dare luce alla giustizia e al coraggio, non potevi rimanere a lungo. Quando alla finestra vedo la luna penso sempre a te e quelle notti passate insieme, stretti per sconfiggere il freddo della montagna e la paura del giorno dopo. Gli altri non capivano o invidiavano il nostro amore? Ci guardavano con circospezione, ti trattavano con durezza, del resto erano uomini cresciuti con l’idea che le donne erano esseri inferiori. Anche loro, si, come i nostri nemici. Ho avuto due figlie e ho capito che per al femminile il cammino è sempre più impervio, una montagna da scalare con un piccolo piccone. Tu…tu avresti scalato persino il monte bianco e sarei stato io a cercare la tua mano per arrivare in cima. Amavo tutto di te: i capelli mossi, gli occhi come castagne, la tua ironia, gli abbracci profondi e appassionati. Forse penserai che non è così, in fondo mi sono sposato con un’altra e con lei ho vissuto un’altra vita, fatta di quotidianità e problemi diversi: i soldi che non bastavano, le malattie delle piccole, gite fuori porta e pranzi in famiglia in una casa non grande ma accogliente. L’avventura, le fughe notturne, gli appostamenti appartenevano a te e a quel periodo oscuro. Anche ora, credimi, non siamo ancora liberi, non lo siamo mai stati. Nel corso della mia vita ho a lungo osservato uomini che un tempo erano dalla sua parte e si sono riciclati in altri partiti, fingendo in ogni momento della loro esistenza. No, non parlo dei soldati buttati al fronte e in prima linea per il delirio di onnipotenza di un solo uomo. Parlo di chi lo circondava e gli dava ragione, lo ossequiava e massacrava chi cercava di esprimere un dissenso. Quelli, i suoi lecchini, hanno continuato a esistere e ci circondano ancora, immortali e moltiplicati. Avrei voluto ucciderli come tutti quelli che hanno incontrato il mio fucile dopo la tua scomparsa, amore mio. Perché non sono riuscito a salvarti? Chi ci ha fatti cadere in quell’imboscata? Ci hanno trovati con i fucili in mano: loro in dieci, noi due soltanto. Mi hanno legato a un albero e mi hanno detto: -Guarda-

Ti hanno presa, spogliata e hanno cominciato. Due ti tenevano ferma, gli altri te lo ficcavano dentro con odio e scherno. Dicevano: -Puttana, quanti te ne sei fatti oltre quell’idiota che ci guarda? – Urlare “smettetela” era inutile, li eccitava ancora di più. Tu, piangevi, mi chiedevi aiuto, io cercavo di liberarmi ma le corde erano troppo strette. Hanno continuato fino all’alba, poi il più giovane ha sparato e ti ha colpita al cuore, davanti ai miei occhi gonfi di pianto. Il colpo fu fatale anche per lui, però, perché arrivarono i nostri e spararono finché l’ultimo, il più grasso, cadde sul tuo corpo nudo. Qualcuno mi slegò, coprì i miei occhi gonfi di pianto e mi portò via.

Marisa Miranda

Rispondi