38 a.C. Mar di Sicilia

La liburna era stata attaccata in mare, a circa centocinquanta miglia dalle coste di Ortigia Il suo capitano, il giovane Navarchus che era di ritorno dalla vittoriosa campagna militare, aveva fatto appena in tempo a consultarsi con il suo vice, il Trierarcus Claudio Metello, uomo di provata esperienza che gli era fedele e comunque sottoposto. Non vi era stato modo di allestire la nave in funzione del combattimento, l’unica opportunità che era stata sfruttata riguardava l’ammainare le vele così da preservarle senza eccessivi danni. La tentata iniziale manovra di sottrarsi allo scontro era stata giudicata subito impraticabile: sebbene la nave accogliesse i ritrovati degli ultimi modelli, più leggeri e di grande mobilità, le irregolari truppe piratesche dimostravano nella scorreria in mare una schiacciante superiorità, sostenuta da un codice guerriero che si sottraeva a regole rigide e teneva di mira, unica meta, l’agognata vittoria. L’onore, peraltro, congiurava ad affrontare il nemico a viso aperto
Quando la lotta si era spostata a bordo, sui ponti della nave, fu subito chiaro invece che le forze in campo si equilibravano. Gli ordini del Navarchus, peraltro, erano stati chiari: individuare gli uomini con responsabilità di comando e solo per questi prevedere la cattura e l’eventuale prigionia.
I classiari, in via temporanea imbarcati sulla liburna, erano tra i migliori arruolati nelle forze terrestri della flotta. I combattimenti, corpo a corpo, furono rapidi. Gli uomini liberatasi dalla lorica anatomica avevano affrontato i nemici scendendo al loro pari con l’uso di armi anche improprie, oltre al pugio e al gladio, senza scartare la semplice lotta a mani nude che spesso si concludeva con lo sfinimento e l’inevitabile colpo o strozzatura estrema fino alla morte dell’avversario.
Quando le sorti del combattimento volsero alla fine, il Navarchus, con evidente soddisfazione, assistette a poca distanza, dal ponte rialzato, alla cattura del comandante dei pirati, unitamente a due dei suoi aiutanti, identificati per la vicinanza che al primo mantenevano garantendo improvvisi assalti, provvidenziali per la sicurezza di questi
Pomponius Atticus, senza nascondere la tronfia pienezza che conferiva austera espressività alle fattezze del volto, fissò il suo sguardo senza cedimenti negli occhi fieri del comandante suo avversario che ancora scalpitante era tenuto a freno sotto la minaccia dei gladi, mentre alcuni classiari si apprestavano a ferrare le catene ai piedi dei prigionieri. Quindi parlottò, a breve con il Trierarcus che l’aveva raggiunto, disponendo per la conduzione e la stretta sorveglianza dei medesimi nella cabina attigua alla sua
Si ritirò al piano inferiore, forzando con mala grazia il robusto portone d’accesso: l’ambiente era stato tirato a lustro, i pavimenti strofinati e lucidati a cera, pungenti effluvi aromatici espandevano sottili scie di esotico richiamo.
Sul piano del tavolo sempre ingombro dei papiri e delle mappe, in accordo al suo volere che vietava di farvi ordine, con prodigalità e femminile tocco di eleganza, faceva bella mostra di sé un canestro fornito di pezza in candido lino su cui poggiavano frutti di stagione e porzioni abbondanti di datteri a calmare la sua rinomata golosità.
L’aria dura, la mascella volitiva spostata in avanti, l’uomo non degnò di attenzione la giovane schiava di colore che lo stava accogliendo in servile silenzio, già pronta a risvegliare i suoi appetiti maschili:
«Zelda, non è tempo ora, ritirati e conferma anche agli altri che non intendo essere disturbato.» Il tono della voce, cogliendolo di sorpresa, scivolava con inattesa morbidezza, forse perché lo sguardo aveva insistito sulle forme di lei, attirato dalle movenze suadenti del corpo.
Passò appena un attimo, prima che l’uomo tornasse a dare ascolto a quel sottile tormento che gli pervadeva le membra. Uno strano malessere lo stava assalendo. Avrebbe potuto disporre l’interrogatorio dei prigionieri intra fine fatta, direttamente sulla liburna. Isuoi uomini, i più fedeli, con probabilità non aspettavano altro. Certo non sarebbero stati in difficoltà a far parlare il malcapitato capo dei pirati. Tutti contavano sul crudele, spietato apprendistato tra le forze di spionaggio attratte sotto l’influenza della Gens Iulia. Tuttavia qualcosa lo frenava era come se non si riconoscesse del tutto in questa identità che la fedeltà a Roma gli aveva cucito addosso. In lui si faceva strada l’altra idea di attendere l’attracco della liburna a Porto Iulius, così da imprigionare i pirati nelle segrete al castrum Classis. Lì l’attività, in qualche modo, si sarebbe ammantata della forza della legge Marziale. Certo non ci sarebbe stato alcun processo ma questa prospettiva placava al momento i sussulti della sua coscienza, in lotta aspra con il senso dell’onore
Il Navarchus, riacquistato a serena lucidità, aveva fatto la sua scelta: avrebbe lasciato che il tempo corresse, senza darsi pena di ulteriori disposizioni. Era abituato all’obbedienza e alla stima dell’equipaggio, non sarebbero insorte complicazioni, il suo comando non era in discussione.
Chiara Sardelli

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