WEN – LOTTA – L’ultimo respiro verde – Adriano Muzzi

Da quando il cielo aveva smesso di essere azzurro, nessuno ricordava più la dolcezza della pioggia estiva o il profumo pungente della terra bagnata. Ora era tutto grigio e secco; il vento portava solo sabbia, polvere e morte. Nessuna rondine disegnava arabeschi nella volta celeste, nessuna ape passava più di fiore in fiore.
Al centro della valle, protetta da mura di pietra e metallo, cresceva l’ultimo esemplare della pianta salvavita chiamata Ydra, capace di purificare acqua e aria.

Da generazioni, la comunità dei Custodi difendeva quel miracolo verde con una devozione assoluta, quasi religiosa. Erano uomini e donne temprati dalla fatica, custodi silenziosi di un mondo oramai ridotto a cenere.

Il loro nemico aveva molti volti: mercanti avidi pronti a rubare un ramo per replicarla artificialmente, guerrieri disperati disposti a distruggerla pur di impedire ad altri di goderne, governanti che l’avrebbero scambiata per una manciata di potere.
Ma nessuno, finora, era riuscito a superare quelle mura, dove occhi instancabili vegliavano sull’ultimo respiro verde della Terra.

Quella notte, mentre la nebbia avvolgeva tutto con il suo abbraccio umido e sporco, Aris aveva il turno di guardia. Non aveva ancora vent’anni, ma i suoi occhi avevano già visto troppa sofferenza.

All’improvviso udì dei rumori: erano gli uomini di ferro, leggendari mercenari inviati da una corporazione che voleva appropriarsi della pianta per venderla al miglior offerente. Fare soldi con l’ultima speranza sopravvissuta alla furia dell’uomo “moderno”.
Aris diede l’allarme e il piccolo villaggio si svegliò di colpo.

Le campane risuonarono frenetiche nell’oscurità. Donne e uomini afferrarono lance e scudi rudimentali, il terrore negli occhi.

«Proteggete Ydra!» gridò Aris con voce spezzata ma decisa.

Gli uomini di ferro avanzarono con una furia glaciale, silenziosa, lame che brillavano alla luce tremolante delle torce. Aris strinse i denti e si lanciò avanti, la lancia stretta con rabbia, il cuore che martellava nel petto.

Accanto a lui, i compagni urlavano ordini e invocavano coraggio. L’acciaio incontrò l’acciaio, scintille esplosero nella notte, grida di dolore e rabbia si mescolarono nell’aria opprimente. Aris colpì un mercenario, poi un altro, sentendo i muscoli bruciare nello sforzo disperato.

Un gigantesco guerriero avanzò verso la Ydra brandendo un’ascia nera come la notte. Aris lo vide e gridò con tutta la voce: «Fermatelo!» Si gettò avanti, scontrandosi con l’avversario. L’ascia gli sfiorò il viso; Aris rotolò sul terreno polveroso, poi si rialzò rapido e affondò la lancia nella giuntura dell’armatura, abbattendolo con un grido liberatorio.

Tutt’intorno la lotta si faceva feroce, corpi cadevano, mani tese per proteggere l’ultima speranza. Lentamente, grazie al coraggio disperato dei Custodi, gli uomini di ferro iniziarono a indietreggiare, dubbiosi davanti a quella difesa inattesa.

Quando finalmente tornò il silenzio, la cupola era incrinata ma intatta e gli invasori scomparsi nell’ombra. Aris si avvicinò alla pianta con il cuore colmo di paura e sollievo. Sfiorò le foglie luminose, lacrime silenziose scesero sul suo viso sporco di terra e sangue.

Sapeva che sarebbero tornati. La loro lotta non era finita, ma quella notte avevano difeso il futuro con tutto ciò che avevano.

Aris alzò lo sguardo verso il cielo ancora grigio e senza stelle. Un giorno forse sarebbe tornata la pioggia, forse la terra sarebbe rinata sotto nuovi soli e nuove lune. Fino ad allora avrebbero continuato a combattere.

Adriano Muzzi

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