
Svelta e sveglia, entrò a far parte del gruppo che giocava a palla due fuochi. Spesso era lei che formava le due squadre, le disponeva ognuna nella propria metà del campo.
«Tu, tu, e tu, siete della stessa altezza. Giocherete insieme.»
Teresa, gli uffa, non li sentiva.
«Pensate solo a colpire i nemici con il pallone in volo.»
Alcune bambine iniziarono a ribellarsi. «Occhi di bue, ma chi ti credi essere?»
Teresa fu colpita dal quel soprannome. A fine partita, avrebbe chiesto alla sua mamma di portarla in campagna. Voleva vedere le mucche. A otto anni ancora non le aveva viste da vicino.
Un urlo la riportò sul campo da gioco. «Allora, occhi di bue, muoviti, stiamo aspettando te.»
«Eccomi occhi di formica, orecchie d’asino, dai, passami la palla» gridò Teresa. La ragazzina rilanciò.
«Testa di formica, ah ah, ti ho presa. Ti ho fatto prigioniera» esultò Teresa. Saltellava sulle punte pronta a correre di nuovo, al sole, le gocce di sudore, erano brillanti sulla pelle.
Alla fine della partita, a casa, chiese alla madre di portarla nel vicino paese. Voleva visitare una stalla.
«Perché tanta fretta?»
«Conosco i muggiti dei buoi e a volte li ho pure visti ma solo da lontano» disse Teresa.
Giovanna, orgogliosa di avere una figlia così curiosa e interessata agli animali, l’accontentò. Fecero capolino nella stalla del paese. «Mi dispiace» le fermò un contadino, non potete entrare, un vitellino vuole venire al mondo proprio adesso.»
«Andiamo via Teresa.»
Giovanna si allontanò. Incontrò Carmela, la custode del cimitero. Le due donne si persero in convenevoli. Teresa incuriosita anche dai gemiti nella stalla, rientrò in punta di piedi. Si avvicinò al contadino. L’uomo aveva entrambe le mani affondate dentro l’animale da cui a un tratto eruppe una sacca livida. Un cordone penzolava fino sul pavimento.
Il volto di Teresa si contorse per la repulsione. Sarebbe voluta scappare via e invece si fermò perché l’uomo raccolse la corda che teneva sulla spalla per annodarla attorno a due zampette che a malapena si vedevano fuoriuscire dalla mucca. Il contadino cominciò a tirarle fuori con tutta la forza che aveva. Dopo un po’ si fermò per prendere fiato, e le gambette si affrettarono a rientrare nella mucca. L’uomo si asciugò il sudore e si girò. Vide la bambina, le domandò come si chiamasse, le sorrise.
«Devo andarmene?»
«No, affatto. Ancora non lo sai. Queste che vedrai sono le bellezze della natura. Quando ricorderai ciò che hai visto oggi, capirai quanto sei stata fortunata.»
Teresa intuì che stava per nascere un vitellino. La mucca, in preda a sofferenze indicibili, lottava per espellere la creatura fuori dal suo corpo. Il vitellino invece insisteva a non volerlo lasciare. Infine si arrese alla prepotenza della vita.
Teresa era incantata. L’uomo intanto riprendeva fiato. Si asciugava la fronte, guardava la bambina.
Il vitellino finalmente vide la luce. Nero come la notte, chiazze bianche sul dorso, il piccolino era spaventato. Sbatteva gli occhi. Dopo vari tentativi si rizzò sulle gambe posteriori, che subito dopo si ripiegarono su sé stesse.
Teresa era abbagliata da tanta meraviglia. Aveva visto mamma mucca lottare per donare al mondo una nuova vita. Udito il suo lamento solenne mentre donava al mondo una nuova vita. Osservava il vitellino disorientato per il quale provava una tenerezza pari alla pena per la mucca che continuava a lamentarsi.
Il contadino gettò dell’acqua sul nuovo nato, lo trascinò verso la madre.
«Dai, Teresa, prendi un po’ di paglia. Mettila qui sotto così che ci adagio il vitellino.»
La mucca iniziò a leccare il piccolo, a lavarlo, ad accarezzarlo dalla testa alle zampette. Dentro le orecchie, attorno agli occhi, fra gli zoccoli. In quel momento, non c’era animale sulla terra più coccolato, non esisteva niente al mondo che avrebbe potuto distogliere la madre dal neonato.
Tutto era successo in pochi minuti ma a Teresa erano parsi anni.
«Devo andare. La mamma mi starà cercando» disse.
«Va bene, ma torna quando vuoi, così lo vedrai crescere. Non vuoi dargli un nome?»
«Nerone. Sì, gli sta bene. Tu come ti chiami? Non ti ho mai visto.»
«Gino.»
Antonietta Toso

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