WEN – LOTTA – Una madre è sempre in trincea – Stefania Contardi

Oggi ho fatto circa dieci chilometri a piedi, ora basta. Se camminare è propedeutico al pensare, lo è anche l’attesa. È un bel po’ che aspetto alla fermata del bus in una località non ben precisata della medesima, non ben precisata, valle montana. Ma il mio bus non arriva. Allora mi direziono verso il parchetto giochi adiacente, in cerca di una panchina per tirare fuori il mio panino con lo speck.

Mi siedo sull’unica panchina, già occupata da una mamma che ha evidentemente portato i pargoli a giocare. Avrà sì e no trentacinque anni. Ma oggi è difficile azzeccare l’età di una donna, tra make-up, chirurgia estetica e diavolerie varie. Capelli biondi, ma non troppo, direi beige, raccolti in uno chignon solo apparentemente improvvisato, in pendant con le ballerine che fanno bon-ton, sempre beige, che spuntano dai jeans attillati, ma non troppo. La giacchetta di felpa è della stessa nuance, un beige solo più chiaro, sciancrata sui fianchi, ma non troppo. Una Lady in Beige piuttosto moderata e tradizionalista. Siede rigidamente sugli ultimi due centimetri della panchina nuova di pacca che profuma ancora di legno nuovo (qui al nord è tutto di legno, ma non saprei di che tipo, giacché non me ne intendo). È nella posizione classica dell’atleta pronto allo scatto: busto proteso in avanti, schiena e addominali rigidi, mento puntato sul gruppetto di marmocchi starnazzanti: un’aquila che punta la preda. In mano, un telefonino di ultima generazione che bippa di continuo, richiama insistentemente l’attenzione come un neonato. Questo allungarsi verso la preda e ripiegarsi sull’aggeggio, è scandito da una sequenza ritmica che cronometro in una durata di circa cinque secondi, la prima, e circa quindici secondi, la seconda:su punta e giù smanetta… su punta e giù smanetta…

Io siedo, lasso, all’estremità opposta della panchina e ne occupo, invece, una bella porzione.

La signora non mi ha nemmeno registrato: non rientro nel raggio di competenza della sua tensione corporea e visiva. Ma siccome sono in attesa dell’ennesimo cambio di corriera (che non arriva), azzardo una domanda sull’orario.

“Scusi il disturbo, sa dirmi se l’orario che è appeso alla fermata qui vicino è aggiornato?”

A dire il vero, la tipa mi inquieta non poco, allora lancio una veloce panoramica a trecentosessanta gradi, ma resta l’unica anima viva a cui chiedere.

Dopo qualche secondo di silenzio, mi risponde.

“Guardi, non le saprei dire…Non uso mai i mezzi pubblici. Per tutti gli spostamenti che devo fare io tutti i giorni, devo per forza usare la macchina.” E sottolinea io.

“Ah! Mi scusi il disturbo, allora…”

“Sa, i mezzi pubblici non offrono un gran servizio da queste parti,” prosegue, “non sono molto frequenti e se non hai la macchina è un po’ un guaio.” 

Per un attimo, Lady in Beige si dimentica dei bambini e del cellulare e si gira nella mia direzione, registra la mia presenza fisica e mi guarda.

Ora esisto!

“Dove deve andare?”

Bella domanda. Non lo so nemmeno io.

“Non lo so ancora di sicuro, ma su per la valle e poi si vedrà.”

“Beato lei che può permettersi questo privilegio! Sa, anche a me, un giorno, piacerebbe prendere una corriera e decidere di andarmene a fare un giro senza rendere conto a nessuno…”

Da notare la scelta della parola giro, che implica un movimento circolare e, dunque, un ritorno al punto di partenza. Non è contemplata la fuga, ma solo una gita, alla fine. Una scappatella.

“…invece mi alzo alle 6.30 del mattino, li preparo e li porto a scuola…”

Allude ai tre imbizzarriti produttori di decibel all’ennesima potenza, che si avventano sullo scivolo come una bestia da domare.

“…poi corro al lavoro, in auto, beninteso. All’uscita, faccio la spesa, qualche lavatrice, ma non stiro!”

Chissà che problemi deve avere con il ferro da stiro, perché il rifiuto le sgorga così categorico e convincente, che mi pare l’unica emozione genuina. Comunque la capisco: anch’io odio stirare.

“…dalle dodici e trenta in poi, mi trasformo in cuoca, colf, psicologa, maestra di sostegno, all’occorrenza infermiera e veterinaria, quindi tassista, in una corsa ad ostacoli tra scuole, catechismo, nuoto, calcio. E quando arriva l’ora della prassi notturna, non vedo l’ora di spedirli a letto…” 

Spedirli…Curiosa questa scelta di voce verbale.

“…ma la prassi della sera include la lettura della storia della buonanotte. E per quello bisogna avere energie, ma a quell’ora le mie sono già belle che esaurite…”

Me la immagino Lady in Beige, assonnata, alle prese con le letture serali; quelle che diventano una mezza performance teatrale. Me la immagino iniziare di malumore, per la stanchezza, e finire per leggere, non un capitolo, ma tutto il libro e divertirsi nell’animazione dei personaggi, in un crescendo di perfezione recitativa degna da oscar, perché ci prende gusto a vedere le reazioni divertite dei figli. Lady in Beige ha il suo piccolo momento di gloria nel dovere.

O almeno credo che possa essere così.

Lady in Beige è un vaso di pandora.

“…Ma non è finita! Verso le ventitré, di solito, mi ricordo delle lavatrici da stendere e se puzzano, devo rifarle! Ecco sono già stanca solo a raccontarglielo! Vede, li porto al parco anche quando non ne ho voglia per farli giocare e stancare, magari sperando che vadano a letto prima. Ma non si scaricano mai!”

Questo bel quadretto non accenna a presenza maschile, forse per la sua inutilità nel contesto. Solo ad ascoltarla sono sfinito anch’io.

Penso che anche mia mamma avesse un sacco da fare ed era altrettanto multitasking (come direbbero oggi), come del resto tutte le madri, di tutti i tempi. Tuttavia, lo era in modo completamente diverso. Con meno stress e altre priorità: noi eravamo sicuramente tra queste ed essendo in tre. Tutto ruotava attorno al pensare di giocarsi la classifica per il primo, il secondo e il terzo posto di attenzioni. Eppure, per lei, noi bambini eravamo uguali. Anzi, diversamente uguali. Non ho mai capito come facesse! Lavorava parecchio, pur non lavorando. E non stava ferma un attimo. Figlia del nord industriale delle fabbrichette di chi nel dopoguerra si è dovuto ricostruire da solo, si era innamorata della Riviera, e con essa di nostro padre. Lacerata tra il pensiero unico neoliberale così filo borghese e una segreta invidia dello spirito sessantottino, ci ripeteva cose che al tempo non capivamo del tutto. Per esempio, che il nostro governo era un po’ come i bambini. Diceva che assomigliava a un ragazzetto capriccioso che si esibisce, a giorni alterni, in splendide performance, per attirare, deviare, e, all’occorrenza, manipolare l’attenzione, polarizzando il focus su ciò che egli vuole, deliberatamente e abilmente, al fine di modificare (quando non annullare) le priorità del momento, riducendole a elementi secondari di poca importanza (poi spesso dimenticati), per canalizzare, infine, l’attenzione altrui in quel senso unico che non ammette alternative. Un po’ difficile da capire alla nostra età. Allora spiegava meglio e contestualizzava, tornando nel nostro campo semantico.

Tra le tattiche più frequenti del ragazzetto capriccioso, secondo la filosofia materna, si annoverano: il litigio continuo con i fratelli per spirito di possesso e potere, una sorta di guerra tra poveri; lo sbattere volutamente contro un ostacolo, non in segno di autolesionismo (con il rischio che l’azione abbia anche risvolti indesiderati), ma per incolpare qualcun altro; il lancio di oggetti di altrui proprietà (specialmente quelli hanno un certo valore intrinseco o affettivo), per lo più con l’intento di acutizzare l’esasperazione degli animi già provati dalla performance nella sua acustica. Ma, intanto, tutta l’attenzione è catturata. A quel punto, che la reazione altrui sia empatica o meno, lui ha ottenuto quello che voleva: catalizzare ogni cosa su di sé riuscendo a passare dalla parte della ragione (e facendo passare gli altri a quella del torto). Da qui, la quasi certa emancipazione autoritaria del soggetto nel tempo.

È l’arte della manipolazione.

Geniale o diabolico?

Non saprei. Credo che lo siano un po’ tutti i bambini, geniali e diabolici.

Mamma era una casalinga filosofa.

Mamma ci portava ai giardinetti almeno tre volte alla settimana, che per noi topi di città, era già una conquista! Per arrivare al verde pubblico, facevamo una scorciatoia che implicava, nell’ordine: il passaggio oculato attraverso una siepe di alloro profumato, il passaggio ginnico oltre un vecchio muretto bitorzoluto in cemento e il passaggio nuovamente cauto attraverso un buco della rete di recinzione, che nemmeno i Marines americani! A noi bambini piaceva molto questo percorso, perché sapeva tanto di trasgressione e gareggiavamo a chi era più agile e veloce nella sequenza. Anche mamma non se la cavava male, snella com’era.

In città, a volte, un chilometro in linea d’aria può facilmente diventare tre o quattro, se segui in maniera ortodossa le strade che aggirano i palazzoni dei quartieri. Infatti, sia la siepe che il buco nella rete avevano ormai capitolato e allentato la resistenza per le quotidiane forzature di passaggi non ortodossi. Oltre, c’era il paradiso: alberi sui quali arrampicarsi, siepi non propriamente curate, ma ottime per giocare a nascondino, spiazzi per giocare a pallone.

La modalità di stare seduta di mamma era, però, totalmente diverso rispetto alla mia Lady in Beige di oggi: si sedeva su una delle tante panchine di ferro lavorate con ghirigori floreali art déco e si accomodava bene sulla schiena. Tirava fuori i gomitoli e i ferri da lavoro e incominciava a sferruzzare veloce, con un ritmico tic-tic. Le panchine erano almeno una decina. Oggi sei fortunato quando ne trovi due. Probabilmente derivava dal fatto che era normale passare più tempo all’aria aperta e l’utenza era maggiore. I bambini avevano meno compiti, meno impegni scolastici ed extrascolastici, meno wii, tablet e telefonini e certamente più stimoli per stare fuori. Le mamme avevano più rughe e meno palestre di pilates, e le tasche piene di caramelle mou. Niente telefonini. Praticavano il vecchio genere di gossip, quello orale, detto anche pettegolezzo, che implicava il verbale e la mimica facciale in tutta la sua espressività. Non avevano bisogno di emoticon e questo esercizio pare le aiutasse a rilassarsi e a distendere i nervi, senza ricorrere allo yoga, o alla meditazione trascendentale. Comunque, mamma non faceva tempo a tirare fuori i ferri, che eravamo già esplosi verso il campetto o gli alberi del parco.

Nota importante: si poteva calpestare l’erba e gli alberi erano felicissimi di essere al centro della nostra attenzione.

Ognuno aveva il suo preferito, ma ci contendevamo sempre quello centrale, il più alto e nodoso e con più rami, ormai lucidi per lo strofinamento delle nostre gambe in tuta o in pantaloncini corti. Era l’albero che ci permetteva di salire più in alto. Da lassù riuscivamo a vedere le cose da un diverso punto di vista. Persino il litigio di poco prima per il fallo al pallone. Nessuno ci urlava di stare attenti a non cadere: chi era già caduto, non aveva bisogno di farselo ripetere. Il pallone, invece, era sempre lo stesso. Raramente lo perdevamo o lo sostituivamo. Era venerato alla stregua di un’entità divina e ne avevamo massima cura. Lo trasportavamo in uno di quei retini a maglia larga.

Ecco, le mamme non ci raccomandavano questo o quello fino allo sfinimento: bastava averlo detto una volta. Riconoscevamo la veridicità delle raccomandazioni e ne conoscevamo le conseguenze per esperienza diretta. Noi ragazzini avevamo un nostro codice interno di comportamento che includeva il rispetto e la lealtà. Questi valori non ci venivano predicati in lezioni teoriche, perdendo così di importanza e significato, ma venivano assorbiti per imitazione dai maestri e dai genitori stessi e, poi, allenati con la pratica. Anche se non era proprio così per tutti: gli adulti stronzi ci sono sempre stati.

Anche se mamma, con la sua chiacchiera e il lavoro a maglia, pareva distratta, in realtà ci guardava. Eccome se ci guardava! Specie quando litigavamo con qualcuno. Se le cose si fossero messe male, avrebbe funzionato da arbitro.

A volte a tavola puntualizzava qualcosa tipo “se sali come una scimmia sull’albero più alto, vedi di non cadere come una pera!”

Da lì capivo che, in realtà, ci osservava.

A volte, commentava i miei quattro goal di seguito. Sapeva che ci tenevo e questo mi bastava: avevo fatto il pieno di attenzioni e di autostima per una settimana intera.

Per il tempo che stava con noi, mamma era affettivamente e cognitivamente concentrata su di noi: ci guardava in faccia per ascoltarci, parlarci o anche dire “che no questo non si fa, altrimenti…” e questo bastava. Si chiamava Autorevolezza e funzionava.

Lady in Beige si è sfogata e ora sembra più rilassata, ma io rischio di perdere il bus.

Addio eroine quotidiane.

Prendo lo zaino e ritorno alla fermata, ringraziando il sole di marzo né troppo arrogante né timidamente schivo, ma serenamente sicuro di sé, nella consapevolezza di essere benvenuto dall’umanità.

Intanto penso alla quotidianità. Per quanto travestita da abitudini, per quanto totalmente arraffata, può contenere molta Eroicità. Come quella di una madre, che trascende le generazioni.

Nel mio percorso fatto di continue attese, mi lancio in considerazioni etimologiche e semantiche sulla parola madre. Madre è la donna che ha generato e diventa madre nel momento in cui accudisce con amore. L’espressione fare da madre, significa educarlo, aiutarlo a crescere con amore. Si dice Madre Natura, per indicare la natura in quanto generatrice di tutti gli esseri. Insomma, ovunque mi giri, non ci scappo: Madre è sempre causa e origine di qualcosa, fosse anche solo la matrice di una ricevuta!

Stefania Contardi

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