WEN – MENTIRE – Amare / Bene-velle – MITI – Miriam Ticci

È stata una bella serata. Un’uscita con le amiche a teatro, addirittura con la “benedizione” di lui.
“Vai vai! –ti aveva detto- Un’uscita tra sole donne ti distrarrà, un pièce de théâtre en soirée ti farà bene”.
Ora tu, sulla via del ritorno, attenta a non far rumore, ti sei chiusa l’uscio di casa alle spalle e, guidata dal sonoro ronfare di lui, a passi felpati sei giunta nella camera da letto: al chiaro di luna in silenzio attraversi la stanza, ti togli in silenzio il vestito, scivoli nel letto in silenzio, mentre lui, supino, sonoramente estrapola note sgraziate dal suo mantice.
“Sì, è stata una bella serata.” ripeti mentalmente, mentre rannicchiata cerchi di trasmettere il calore del tuo corpo all’addiaccio delle lenzuola “Sì, una serata piena di calore ed emozioni, di bellezza e ricordi!”
Lo spettacolo era stato ben condotto, vario con l’alternarsi piacevole di poesia musica scene di teatro e ti aveva riportato ai tempi del liceo con quei testi classici che tanto ami.
All’uscita, però, qualcuno vicino a te aveva detto:
“Mi convince poco Catullo…la sua distinzione tra amare e bene velle l’ho sempre considerata infantile scolastica priva di un senso reale.”
Solo allora tu avevi ricordato il turbamento repente che t’aveva colto poco prima, quando l’attore -la voce di Catullo- aveva espresso i primi sospetti del tradimento e nuovamente quando la stessa voce dichiarava di amare ancora, anzi di più, l’infedele mentitrice Lesbia, ma di volerle meno bene; era uno sgomento che ti colpiva nel profondo, come se i ricordi felici di un tempo si fossero trasformati in silenziosi ragni intenti a tessere intorno al tuo cuore una cappa di tristezza, impalpabile ma tenace, fatta di cose nella mente ancor vive, ma ormai perdute… mai più mai più …
“Tutto ciò va rimosso, all’istante. Amare e bene velle sono la medesima cosa, al diavolo i sofismi! È stata una bella serata: questo è ciò che conta!” avevi tagliato di netto in cuor tuo.
Ora, nel letto che tarda a riscaldarsi, rimugini rifletti su quell’episodio e su altro ancora.
Certo, anche per voi due c’erano stati giorni radiosi, anche per voi due rifulsero un tempo soli caldi spendenti, in cui volontà e sentimento dell’uno e dell’altra erano un’unica identica cosa…
Poi… quel viso d’angelo che, pur davanti all’evidenza, nega guardandoti impudentemente negli occhi, all’apparenza innocente e risentito… nega risoluto l’amante che c’è… come c’è anche il figlio nato fuori dal matrimonio… e poi ancora un’amante…e chissà quante altre! In te resta solo delusione… amarezza.
Lui ti si riaccosta per tentare di rattoppare il vincolo coniugale… la stessa passione di sempre anzi di più… ma ogni gioia autentica è scomparsa…e al suo posto… rabbiosa tristezza ti assale ogni volta, dopo, quando ti guardi allo specchio e ricordi con quanta voluttà, pochi attimi prima, ti sei data a quei baci, a quei tocchi lascivi.
“Puttana, non sai dirgli di no!” ora così ti senti ogni volta che finisce un amplesso e ripensi triste disperata a prima, quando, alla fine, subito ti riaccostavi a lui per accarezzarlo, pulita e soddisfatta interiormente perché soddisfatto e pulito “ti appariva” lui… il bugiardo spudorato, che chissà cosa pensava realmente di te… l’oca ingenua… la povera illusa!
Metti a confronto la tua acuta amara tristezza col russare tranquillo indifferente di lui… ti guardi allo specchio nella penombra illuminata dalla luna, amaramente ti sorridi e con accorato stupore ammetti:


“È vero, ti amo ancora ma… non ti voglio più bene!”

Caio Valerio Catullo (Verona 87 o 84 a. C.- Roma 54 a. C.)
Elegiae: Carmen 72
Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
« Qui potis est ? », inquis. Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis sed bene velle minus.

Schema metrico: quattro coppie di distici elegiaci

Traduzione:
Una volta dicevi di fare l’amore solo con Catullo,
Lesbia, e che al posto mio non avresti voluto abbracciare neanche Giove.
Ti amai, in quel tempo, non tanto come volgarmente s’ama l’amica,
ma come il padre ama i figli e i generi.
Adesso so chi sei: perciò, anche se brucio d’una passione più ardente,
sei per me molto più vile e spregevole d’un tempo.
“Com’è possibile?”, dici. Perché un’offesa del genere
di più induce l’amante ad amare, ma a voler bene di meno.

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