“Scendevo le scale. All’ultimo gradino di una rampa sono caduta. Ero sul pianerottolo intermedio, quello che è a metà fra un piano e l’altro ed è molto stretto. Sono caduta in avanti, ho sbattuto la faccia contro una parete.”
“Non è possibile! È istintivo mettere le mani avanti per proteggersi!”
“Le mie mani erano occupate: un sacchetto con un pacco di libri a destra e la borsa a sinistra. Non ho fatto in tempo a liberarmene.”
“E così ora hai un occhio nero e forse il setto nasale fratturato!”
Sembra che si sia fatta male lei, mia madre!
È proprio disperata. Continuo a raccontarle che due degli abitanti del palazzo, quando mi hanno visto arrivare nell’atrio barcollante e con la faccia insanguinata, hanno chiamato la Croce Rossa e mi hanno confortato nell’attesa, mentre io telefonavo a casa perché qualcuno mi raggiungesse al Pronto Soccorso. Ed ora eccoci qui in attesa di un medico .
La mamma ha cercato di trovare delle falle nel mio racconto, ma ora mi sembra convinta e per me è un bene, perché con la mia storia devo convincere anche chi mi prenderà in cura.
La mamma ha un altro soprassalto di dubbio:
“Dove sono i libri che dici di avere con te?”
“Credo che mi siano caduti per terra. Speriamo che Giovanna li trovi, che non li abbia presi qualcuno! La borsa con i documenti, il portafogli e le chiavi di casa l’ho qui con me.”
Mi fanno entrare nell’ambulatorio, accettano il mio racconto. Mentre si prendono cura di me, ripenso all’aggressione di cui sono stata vittima, che non vorrei raccontare, perché è troppo brutta e tuttavia, a parte l’occhio nero e il naso che sanguina, posso dire che non mi è successo niente, per lo meno niente di quello che intendeva farmi l’aggressore. Voglio evitare che questa storia diventi di dominio pubblico.
Ero andata a casa di Giovanna a riprendere quei libri che le avevo prestato, ho suonato, al citofono suo fratello mi ha detto di salire, l’ho fatto, sono entrata in casa senza capire che quel mascalzone era da solo. Ha chiuso la porta, mi ha fatto passare in salotto, mi ha gettata sul divano, mi si è buttato addosso e mi ha infilato una mano sotto la gonna, fra le cosce. Sono riuscita ad allungare un braccio e a prendere un oggetto dal tavolinetto lì vicino, forse una statuina di bronzo, che gli ho sbattuto in testa. Si è spostato, mi sono alzata per fuggire, ma mi ha afferrata per un braccio e ha preso a tempestarmi di pugni in faccia. Ho afferrato, anche se insieme alla stoffa dei pantaloni, qualcosa delle sue parti intime e l’ho torta con tutta la forza della mano. Quel delinquente ha urlato dal dolore, ha allentato la presa e io sono fuggita. Ho avuto la lucidità di recuperare la borsa.
Non voglio raccontare tutto questo, non voglio diventare oggetto di pettegolezzi, cioè farmi descrivere come quella che ha rischiato di farsi violentare, sì, ma perché se l’è cercata, ha provocato l’aggressore, poverino! Lo so che verrei giudicata così, perché la colpa per certe persone è tutta della donna, sempre e soltanto della donna. Non voglio che qualcuno ci riprovi con me, per emulazione verso il mancato stupratore, per dimostrargli che è più bravo di lui.
Non so se dirò la verità alla mamma, quando torneremo a casa. Ho mentito per proteggermi e sono stata creduta. È meglio che non dica niente neanche a lei. E con Giovanna? Silenzio da parte mia. Romperò l’amicizia per non incontrare più quel mascalzone di suo fratello.
Ah, che fortuna! Il setto nasale non è fratturato.


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