WEN -NARRATIVA – Confidenze di scrittore – Miti

Nola

Benedetta la conoscenza delle lingue straniere e benedette le balie di Nola! Senza questi due ingredienti non sarei divenuto uno scrittore di storie.

La mia mamma zezzella di Nola era bella burrosa soffice e profumata come una torta del Paradiso, anim’ e core mi saziava col suo latte caldo e fragrante e col tepore del suo rigoglioso seno, dicendomi “Neh guaglió’, nu’ addobbea’ dinta ‘ste zizze d’oru, nu’ pazzià co’ ‘o nìppulo![1]” e fu così che già a tre anni parlavo e capivo perfettamente due lingue: l’Italiano e il Napoletano.

A questo punto uno dei miei lettori mi chiederà “E che c’entra tutto ciò con la narrativa?”E io “C’entra, c’entra; seguimi in questa storia e vedrai.

Le mie fonti d’ispirazione sono tante, talvolta luoghi d’incontro come piazze mercati; lì un artista verace ha modo di osservare l’umanità e sul proprio telaio mentale far scorrere con la spola il filo della trama, intrecciandolo orizzontalmente ai filamenti verticali dell’ordito; in tal modo, dicendo senza dire, egli riesce a intessere e rinserrare l’immagine apparente, sovente mendace, con la vera sostanza umana o, meglio, con parte di essa, spesso latente e lubrica; allora e solo allora, a poco a poco, nell’immateriale telaio si comporrà l’intero arazzo con la sua storia e i suoi personaggi del tutto verosimili.

Ieri, per esempio, mi trovavo in un locale dove si serve l’apericena, tanto di moda al giorno d’oggi, e come sempre col mio bicchiere di sangria traboccante di alcol e frutta osservavo con discrezione i presenti, quando a un tratto dal tavolino accanto al mio sentii due giovani parlare in Napoletano strettissimo col chiaro intento di potersi esprimere liberamente senza esser capiti da nessun altro.

Vista, mio caro lettore, la tua prontezza a capire le espressioni dialettali della mia mamma zezzella di Nola, riprodotte di sopra, “tradurrò” il dialogo dei miei vicini di tavolino in Italiano.

Il giovanotto maggiore d’età, più aitante, più compìto e compunto dell’altro, diceva “Povera mamma nostra, vedova a cinquant’anni, venuta via dall’appartamento in affitto perché senza i soldi che papà rimediava non poteva più permetterselo, costretta ad abitare in casa tua, fratello mio, ove in quattro stanzette vivete in cinque, a dormire in cucina sul divano letto, senza nessuna pràivasi! Forse è per questo che, nonostante il dolore e l’amore per nostro padre, solo dopo otto mesi dal decesso ci chiede cosa ne pensiamo di una sua eventuale convivenza con l’amico di famiglia, vedovo anch’egli? Io, però, nu’ saccije chelle che tengo da fa’…cosa ne penserà la gente, le malelingue…il rispetto per il defunto…e lei come può pensare di fare in tanta fretta un passo del genere!?

Il secondogenito, tutto ciccia e grasso, scarruffato, con mezza camicia fuori dai pantaloni, con l’aria già da boss, rispondeva con ghigno aggressivo “Nessuno si permetta di giudicare mia madre, una santa, che non ha mai voluto saper niente né sul lavoro di papà né sulle sue fémmene –si sa: l’ommo è ommo!-; lei che, pur adempiendo a tutti i doveri di casa, travagliava per pochi €urri anche nella fabbrica di papà, nominalmente  tua da sempre, fratello, per eludere le tasse; lei che, morto il marito, continua a lavorare da te e in più aiuta la mia famiglia nei bisogni quotidiani e mi dà mano nella gestione dei miei strìt-fud; che nessuno si permetta di giudicare mia madre! Certo che assai pochi sono i mesi trascorsi dal tragico evento… la gente ci riderà alle spalle… nu’ saccije chelle che tengo da fa’.

Ed ecco arrivare lei, la madre; i due giovani s’alzarono e la fecero accomodare. Nella conversazione in Partenopeo ermetico, ma non per me, i figli perplessi parlavano di vedovanza troppo breve, di dolore per la grave perdita, di trauma per la sostituzione della figura paterna, di sentimenti, di chiacchiere della gente e…d’Onore.

Ascoltate, creature mie, -lei esordì- capisco i vostri timori, ma considerate anche questo: l’amore per vostro padre sempre lo porterò con me e così sarà del mio affetto di mamma per voi”; nel cuore dei figli quelle parole incisero tanto quanto la crema anti-rughe sulla pelle di un’ultra-centenaria.

Già vedo intorno a Luigi altre donne, che vorrebbero prendere il posto mio; e come dar loro torto? Egli ha solo una dozzina d’anni più di me, casa in proprio, il conto in banca ben fornito, è sano e con un buon lavoro in Regione, dove ogni trenta giorni riscuote una bella mesata, a cui s’aggiunge l’attività extra, a nero, da cui ricava un secondo stipendio.” I due ragazzi addolcirono l’espressione del viso e con la sedia s’accostarono ancor più alla madre; il minore fece cenno al cameriere d’avvicinarsi e ordinò per lei un bicchiere di vino bianco.

Luigi mi sposa subito, se accetto; non vado a convivere aummo aummo[2] e, se ‘a Madama senza naso[3] seguirà le regole, alla morte del mio secondo marito tutti i suoi beni diverranno miei e poi vostri, poiché egli non ha creature proprie.” Mentre la madre parlava, i figli si scambiavano occhiate via via più convinte e l’espressione contrita e dubbiosa, stampata sul volto, sempre più diveniva nebbia baciata dal sole. Quando la madre aggiunse “Io vivrò con la pensione di reversibilità”,al minore s’inumidirono gli occhi per la commozione, mentre il maggiore, pur essendo sempre più invogliato, manteneva ancora nello sguardo un velo d’esitazione.

Gli occhi della madre s’immersero in quelli del primogenito e lei aggiunse “In più io, d’accordo con Luigi, continuerò a lavorare per voi, di mattina, un giorno da uno e un giorno dall’altro, a costo zero e così risparmierete anche quei soldi che oggi mi date ogni fine settimana.” Il volto dei due giovani brillava di pietas filiale, quand’ecco la stoccata finale “Infine Luigi terrà gratuitamente la contabilità dei vostri affari a ciascuno di voi; me l’ha garantito e, conoscendo bene i trucchi dell’elusione, vi farà anche risparmiare sulle tasse!

A questo punto i due ragazzi alzarono in alto i calici e invitarono la madre a fare altrettanto; “Viva la mamma e la sua felicità, che ci sta tanto a cuore! Viva Luigi, un vero galantuomo!” gridarono i figli. La madre li guardò, in silenzio alzò il bicchiere per brindare e nel dire “Cin, cin!” pensò “E solde fanno venì ‘a vista ‘e cecate![4]

di Miti


[1] Neh… nìppulo!: Oh ragazzo non affondare in queste poppe d’oro, non ti trastullare col capezzolo!

[2] Aummo aummo: di nascosto.

[3] Madama senza naso: la signora senza naso ovvero il teschio ossia la Morte.

[4] E solde…‘e cecate: “I soldi danno la vista ai ciechi!” ovvero “I soldi fanno miracoli!”

Una risposta a “WEN -NARRATIVA – Confidenze di scrittore – Miti”

  1. Avatar Rosanna Pizzicori
    Rosanna Pizzicori

    Racconto vivace e….convincente!

Rispondi