
Solo quell’ultimo esame in metaletteratura si opponeva tra lui e la tesi.
La cattedra era stata assegnata quell’anno e ne era titolare Mario Alberto Hayez. Uno scrittore relativamente giovane, emigrato dal Sudamerica, che era stato integrato sul suolo italico, accolto con magnanimità dalla capitale partenopea.
Francesco si era preparato con la scrupolosità di sempre senza tenere conto che si trattava dell’ultimo esame. Aveva indagato i classici della letteratura alla ricerca di influenze e di interpolazioni testuali dovute alla metaletteratura. Si era spinto perfino a leggere le opere scritte dal prof come lui aveva ribattezzato, con sarcasmo, questa stella nascente che ora lo stava interrogando.
A suo giudizio costui avrebbe meritato una scrivania in qualche istituto liceale e quando faceva i dovuti paragoni, arrossiva al pensiero di come tanti misconosciuti insegnanti si guadagnassero il magro stipendio con il sudore della fronte.
Il suo cono di visuale era viziato dall’asimmetria di posizione, la sua rappresentazione era offuscata da un sano sentimento d’ invidia.
La vita di Francesco sembrava uscita dalle pagine di Martin Eden: non impiegava il suo tempo nei pub o nelle birrerie e non metteva a disposizione la sua manodopera recandosi al porto o facendosi vittima di improvvisati caporali, ma i contratti, che lo incastravano come trasportatore per le consegne a domicilio di piatti caldi da asporto, a stento gli consentivano di mettere insieme il pranzo con la cena. Spesso doveva integrare con prestazioni a lavoro nero. Si impegnava, di tanto in tanto, come lavapiatti nel locale di un amico ristoratore. Non riceveva un compenso fisso, ma poteva contare su un tavolo gratuito che gli veniva riservato in fondo al locale, vicino ai fumi e al vociferare che giungeva dalla cucina, assaggiando i piatti della tradizione per sostentarsi e fermare i morsi della fame.
Il giovane per recarsi all’esame aveva speso gli ultimi miserrimi risparmi, facendo lavare e stirare la camicia bianca di popelin che indossava nelle poche occasioni mondane alle quali, spesso nolente, lo trascinava la sua frequentazione universitaria.
Tutti sapevano che Mario Alberto Hayez era un cultore della raffinatezza e del buon gusto, con la sua civetteria dettava una via maestra che si andava affermando dalle pagine letterarie allo stile di vita. Nell’ambiente universitario era noto per condurre lui direttamente l’esame degli studenti. Spietato e spesso provocatore, le sue domande spaziavano dai più astrusi temi astratti alle problematiche di cronaca e di attualità, con poca attinenza e rispetto alle linee guida del programma. Ai pochi colleghi che avevano osato richiamarlo al senso di realtà, intavolando una disputa sull’arte e le finalità del suo insegnare, rispondeva con sufficienza, talvolta con tracotanza. Rivendicava alla metaletteratura una superiorità patente con la conseguenza di un libero arbitrio autofondante. I suoi voti, se si passava l’esame (era stato calcolato che i fortunati sfiorassero l’insignificanza statistica) non superavano i ventiquattro trentesimi.
La tesi di Francesco verteva su Moravia e la letteratura esistenzialista, con un
capitolo dedicato alla morte del romanzo, profetizzata in alcuni saggi anche dal famoso autore italiano ed era stato selezionato come contro relatore proprio il titolare della cattedra di metaletteratura.
Queste circostanze lo avevano portato a sedersi, quella mattina, come esaminando di fronte a Mario Alberto Hayez.
Francesco si era ritenuto fortunato, il momento fatale dell’ultima domanda si andava avvicinando, visto che il prof lo stava importunando da più di un’ora.
Alle prime domande aveva risposto bene, senza lasciarsi intimidire.
Anzi, gli era sembrato che il cattedratico fosse rimasto colpito dalla padronanza con cui argomentava le sue riflessioni, dalla precisione anche testuale con cui riportava i passi che citava a sostegno dei suoi ragionamenti. Era successo con Le rane di Aristofane, la commedia greca che aveva portato a esempio perché vi si affrontano problemi di letteratura.
Giunto l’interrogativo sugli animali dell’universo meta letterario, sebbene si trattasse di un tema collaterale, Francesco era andato dritto allo scopo. Il suo riferimento alle gru non poteva essere più azzeccato. Aveva dimostrato di conoscerne il simbolismo che gli antichi collegavano all’invenzione dell’alfabeto e aveva esemplificato., insistendo sui passi danteschi della Divina Commedia interessati alle anime gru. Nel Paradiso, tra i beati del Cielo di Giove, esse finiscono per formare nel cielo le parole che aprono il libro biblico de La Sapienza.
Quando gli era stato chiesto di parlare di un autore che secondo lui impersonasse il concetto di metaletteratura, Francesco si era soffermato sul personaggio di Kilgore Trout, lo scrittore fallito sorto dalla penna di Kurt Vonnegut, comparso nel romanzo Dio la benedica Mr. Rosewater e in altri successivi.
Sebbene la logica gli rimandasse queste confortanti circostanze, Francesco non era affatto tranquillo: gli sembrava che l’esame stesse andando troppo bene e che il prof fosse stato urtato dal non riuscire a metterlo in difficoltà.
Venne l’ultima domanda e fu un fulmine a ciel sereno.
Mario Alberto Hayez gli domandava, serio, di parlargli di un libro che lui, Francesco Guarnieri, avesse presentato ad una casa editrice per la pubblicazione e poi effettivamente pubblicato.
A parte il primo sgomento, il giovane laureando non si era fatto buggerare e altrettanto serio, come chi gli poneva la domanda, asseriva di avere presentato un proprio romanzo ad un editore, proprio lo stesso editore con cui il prof aveva pubblicato Gli ultimi giorni di Alessandro Dumas, aggiungendo con un omaggio tardivo alla realtà dei fatti che la storia non aveva avuto un bel finale
Il prof senza scomporsi, ma con un’aria di sufficienza, guardando dritto l’esaminando negli occhi, freddo come chi pensa di assestare il colpo definitivo, gli aveva intimato:
«Mi racconti, Francesco Guarnieri.»
Aveva scorso il libretto universitario e vi aveva scovato le generalità dello studente:
«Sono interessato a questa sua esperienza!»
Francesco, senza troppo imbarazzo, con poche parole dedicate al libro e molte dedicate alle incomprensioni sorte con l’editore, aveva dichiarato che il suo romanzo, Il libro senza titolo,non aveva mai visto la luce, non era stato stampato né editato, principalmente a causa di quel difetto, un titolo che l’editore riteneva impresentabile.
Mario Alberto Hayez aveva perso un po’ di tempo a recitare la commedia, facendosi spiegare come un autore alla sua opera prima pretendesse di pubblicare un libro senza titolo, facendo finta di non capire che il libro fosse intitolato proprio così.
In ultimo, cedendo alla provocazione dello studente, il prof:
«Dunque lei, Francesco Guarnieri, vorrebbe farmi credere che un giovincello alle prime armi ha tenuto testa all’editore piccandosi a mantenere il titolo da lui scelto.»
Il ragazzo ridente, con voce certa:
«A dire il vero, professore, avevo in tasca, in quei giorni, un biglietto della lotteria e se tutto fosse andato bene, assecondando la mia immaginazione, avrei avuto per un po’ di tempo la possibilità di mettere insieme il pranzo con la cena senza votarmi ai santi in Paradiso.»
La risposta aveva una sua carineria, pur con quell’accento fetente che caratterizza i sogni del popolino.
Sarà stato forse per quello che Mario Alberto, accontentandosi di quanto ricevuto, vergava con fatica
un ventidue sul libretto universitario di Francesco che così avrebbe avuto accesso alla sua laurea.
di Chiara Sardelli

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