WEN – NARRATIVA – Le mille e una notte – Manna Parsì

   Durante l’infanzia le mie letture preferite erano le storie de ‘Le Mille e una notte’.  

Erano una galleria di personaggi veri e fantastici raccontati dalla bella Sherazade, ennesima moglie sfortunata del re dispotico Shahriyar. Mentre gli giaceva a fianco ogni notte, per salvarsi la vita, gli raccontava una storia senza fine, che iniziava con queste parole “O re fortunato”.  

  Sherazade raccontava di mercanti che viaggiavano in terre lontane e ritornavano con sacchi pieni di merce. Spezie, le più profumate al mondo, stoffe pregiate, gemme preziose e uniche destinate ai re e alle regine. Raccontava dei tanti giardini fantastici con archi di rose e gelsomini, alberi con frutti succosi, pavoni di mille colori e cerbiatti nutriti per mano di ancelle di dimore gentilizie e tante altre meraviglie. Dapprima Sherazade tentava di attrarre il re, furioso a causa del tradimento della prima moglie, a un mondo meno spaventoso e ad una normale quotidianità. Il fulcro dei racconti di Sherazade erano le donne. Donne giovani, vecchie, gentili, domestiche e scaltre che riuscivano a cambiare il destino di un paese. Principesse che provocavano grandi guerre, belle fanciulle e anche streghe con i poteri magici. Nelle favole il naturale e il soprannaturale spesso corrispondevano. Un esempio erano le storie dei jinn che mi attraevano più di tutte.

   Kader Abdolah, scrittore iraniano esule in Olanda, nel suo libro Le Mille e una notte scrive: “I jinn erano presenze soprannatali nella vita quotidiana, come l’aria , come il sole. Appartenevano a diverse stirpi, avevano i loro capi, e le loro religioni. (…)  I jinn siamo noi stessi in un’epoca in cui guardavamo il mondo con occhi diversi”.

A tal proposito Abdolah racconta la favola del re Salomone: “Il re Salomone era innamorato della regina di Saba. La invitò nella sua reggia, ma i suoi jinn avevano le loro riserve. Ritenevano che la regina non fosse un essere umano, che avesse le gambe pelose come un asino. Così per scoprire la verità, rivestirono l’ingresso del palazzo di specchi. Avevano ragione : attraverso gli specchi videro che la regina aveva le gambe pelose come le zampe di un asino. E si precipitarono negli appartamenti di re Salomone per avvertirlo”.    

In tante culture esistono forme diverse di esseri invisibili come i jinn e gli gnomi che affiancano gli umani nel corso della loro vita.  

   Le Mille e una notte è una delle narrative più antiche del mondo. Nasceva in Persia con il titolo Hezar Afsaneh, mille favole. Si trattava di storie orali che venivano trasmesse da una generazione all’altra secondo la cultura, la politica e il sociale dell’epoca.

  Nel Settecento l’orientalista francese Antoine Galland, in uno dei viaggi in Medioriente, trovò le prime copie dei racconti e subito diede iniziò a una ricerca storica dall’origine dei racconti fino ai suoi giorni, riportandola in un libro. Nella versione in lingua araba il titolo Hezar Afsaneh  viene trasformato in Le Mille e una notte perché secondo le credenze arabe i numeri dispari portavano  sfortuna.   

   Un’altra curiosità riguarda la lettura dei racconti, perché non è stato un lavoro semplice.  Abdolah scrive: “A dare forma alle Mille e una notte sono stati centinaia, migliaia di narratori di tutte le culture orientali. Ci sono moltissime cose che non tornano (…) E’ normale in un libro come questo perdersi nei labirinti delle storie (…). La stessa Sherazade inizia un racconto ma cede subito il posto a decine di personaggi perché raccontino a loro volta la propria storia. Si può benissimo dire che ognuno di loro va e viene finché non ha concluso il suo racconto (…).  A pensarci bene la storia del Jinn e il mercante, una delle mie preferite, non ha mai avuto una fine perché Sherezade stanca dei labirinti delle storie diceva al sovrano: “Se il re me lo premette, serbo il resto della storia per la prossima notte”.  

di Manna Parsì

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