WEN – NARRATIVA – Narrativa di ieri! – Milena Beltrandi

«Pronta per dormire? Allora questa sera prendiamo il librino rosa, la prima storia ci parla di…»
«Non ho voglia di sentire la storia mamma, raccontami di quando tu eri piccola, la nonna ti leggeva le storie la sera?»
«No tesoro, la mia mamma alla sera era stanca, veniva a rimboccarmi le coperte, ma niente favole! Capitava a volte che raccontasse di quando era bambina!»
«Racconta!»
«Allora non c’erano tanti giochi, niente cellulari e canali alla televisione e

ricordo che d’inverno quando nevicava ci raccoglievamo tutti attorno alla stufa. Il babbo e la mamma si sedevano nella poltrona e noi sulle sedie. La stufa era l’unica fonte di calore in una sola stanza; il babbo metteva la legna sul fuoco, la mamma preparava i ditali di castagne che cuoceva sul ripiano della stufa e noi aspettavamo con gioia che si cuocessero. Una volta pronti il babbo li prendeva con le pinze e li batteva sul ripiano: la piccola quantità di farina di castagne cotta si compattava dando vita a un dolcetto semplice e prelibato che mangiavamo con gusto.»
«Buoni! Me li fai anche a me un giorno?»
«Ma non abbiamo più la stufa a legna in casa, oggi il riscaldamento corre sotto al pavimento, non saprei come fare, ci vorrebbe il camino della nonna.»
«Questa domenica andiamo a trovare la nonna? Adesso che fa freddo e il camino è acceso me lo farà un ditale di castagne tutto per me?»
«Certamente, la farai contenta.»
«Che facevate aspettando che si cuocessero? Mi pare di vederlo il nonno prendere i ditali dal fuoco.»
«Ascoltavamo le storie di quando erano piccola: nella bassa pianura Padana dove era nata, la neve copriva tutto, a volte era difficile per loro uscire di casa. In quelle giornate fredde si riunivano vicino al camino. Avevano poco, ma la nonna riusciva a fare piccoli dolcetti per loro. Erano momenti magici per la numerosa famiglia: si raccontavano storie, ma non favole, si ripeteva ciò che aveva detto il cantastorie all’ultima visita, si facevano supposizioni su quanto fosse accaduto successivamente.»
«Cantastorie? Bello mamma: chi era? Parlami di lui.»
«A quei tempi le persone che erano andate a scuola erano veramente poche, i contadini e i loro figli non avevano tempo per lo studio: c’era da lavorare la terra. Chi poteva raccontare loro cosa stesse succedendo nel mondo? Come potevano sapere cosa diceva il Re che li governava, cosa diceva il Papa. Ogni mese passava il cantastorie, un signore istruito che, in cambio di un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino, raccontava ai contadini cosa accadeva fuori dalla loro porta. Aveva sempre dietro più di un giornale e, su richiesta del padrone di casa, leggeva qualche articolo e rispondeva alle loro domande. Le favole ai bambini le raccontava lui. Nelle sue tasche c’era sempre qualche caramella o durone di zucchero per loro.»
«Davvero? Tu l’hai conosciuto il cantastorie della nonna?»
«No, una volta ho chiesto di raccontarmi una delle sue favole, ma se la cavava con una frase in dialetto che io capivo a malapena, mi diceva che erano zirudèlle, filastrocche in dialetto che non avrei capito.»
«Davvero mamma non te le ricordi? Una, ti prego, una sola, voglio la zurel… la ruzidella…»
«D’accordo! Però poi dormi che si è fatto tardi.»
«A let, a let a’ voj ander, tot i Sant, a’ voj ciamer: tri da co’ e tri da pi tot I Sant csi’ mi fradì, la Madona l’è mi medra, San Zvan, l’è mi parent! C’al posa durmir stanot sicurament.»
«Mamma non ho capito niente! Ci sono libri che insegnano queste filastrocche?»
«Dice:
«A letto, a letto voglio andare, tutti i Santi voglio chiamare: tre dalla testa e tre dai piedi, tutti i Santi siete miei fratelli: la Madonna è mia madre e San Giovanni è mio padre. Che possa dormire stanotte tranquillamente!»
«Bella!»
«Beh, i cantastorie erano i precursori della narrativa, riportavano a voce ciò che oggi leggiamo sui libri! Dormi adesso.»

di Milena Beltrandi

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