
Silenzio! Nasce un romanzo.
Come si può scrivere un romanzo? mi sono sempre chiesta. Immaginare i personaggi, intrecciare le vicende, tenere sotto controllo i dettagli in modo che si integrino senza contraddizioni, ideare una trama che si snodi dal prologo alla parola fine.
Poi è accaduto. Strane coincidenze mi hanno condotto, senza che ne avessi intenzione, a raccontarmi e poi a scrivere la prima storia, diventata straordinariamente un libro.
Era il maggio 2015, anniversario della morte di Charles-Èdouard Jeanneret Gris, meglio conosciuto come Le Corbusier. Si mobilitò l’Università. Un professore di
Storia dell’Arte organizzò un viaggio sulle orme dell’artista architetto: tremila chilometri per l’Europa, a bordo di un autobus stipato di studenti, docenti e amici.
Otto giorni di viaggio.
Macinavamo strade e io ripensavo a un’immagine che mi era rimasta nel cuore: un abbraccio. Non saprei dire perché ma ne percepivo una intensità particolare, tanto da lasciarmi una emozione che non mi abbandonava.
Ore di autobus, per anonime periferie industriali, in valli incassate tra i monti, in pianure verdeggianti, sulle sponde di laghi. E tante tante chiacchiere intorno, troppe e
poco interessanti.
Che cosa mi rimaneva se non chiudermi nei miei pensieri e immaginare?
Quell’abbraccio mi guidava, diventava un bacio rubato, un amore improvviso, e poi una trasgressione, una proibizione, una fuga, un castigo, prove da superare, un aiuto inatteso, il finale sperato. Senza esserne cosciente, mi stavo raccontando una fiaba, con tutti gli ingredienti di quelle antiche, a conferma che i racconti di fate ce li
abbiamo dentro da quando eravamo bambini, anzi emergono dall’infanzia
dell’umanità: è da allora che ce le tramandiamo.
Cominciavo a divertirmi, tanto che non vedevo l’ora di tornare su quell’autobus, quando si riaccendevano mille inutili parole e così potevo immergermi di nuovo nella mia narrazione.
Scendevamo a visitare Notre Dame du Haut e, mentre mi aggiravo tra le
imprevedibili forme e i fasci di luce colorata dell’interno, immaginavo incontri tra le mura di un castello, dove la storia d’amore cresceva nell’incanto di inattese rivelazioni. Percorrevamo le pianure della Francia e immaginavo corse a cavallo, agguati nei boschetti al limitare dei colli. Visitando l’Unità di Abitazione di Marsiglia, si incendiava la fantasia, alimentata dal soffio creativo che aveva condotto il “Corvo” a trasformare la realtà quotidiana in un mondo di giochi. Insomma Lecorbousier conduceva la mia avventura.
Tra tutte quelle chiacchiere una frase mi colpì: «Mia figlia ha scritto un libro e se lo è pubblicato da sola, a 17 anni». Dunque era possibile.
Intanto la mia storia cresceva, non più contenibile nella semplice memoria, straripava nei fogli su cui avevo cominciato a prendere appunti.
Poi un amico mi disse: «Sto scrivendo un libro.» «Anch’io», risposi di getto, senza rendermi conto dell’impegno che stavo prendendo.
È stato così che ho cominciato a riempire pagine, tra passione e tormento.
di Caterina Perrone

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