
Sento il tuo odio. È come una luce che altera ogni oggetto in questa scena, ogni movimento, ogni suono. Il tramonto rosseggia alla finestra ma la stanza risulta quasi grigia ai miei occhi, i nostri movimenti sembrano resi in moviola, il suono delle parole, anche il riso che di tanto in tanto ci ostiniamo ad emettere interloquendo con gli altri ospiti, hanno una eco metallica, di gola.
Siamo seduti un po’ distanti uno di fronte all’altro, nelle poltrone davanti al caminetto, entrambi fissiamo la fiamma, tu più ostinatamente, io alzo gli occhi ogni tanto per guardarti. Il sole scende piano verso l’orizzonte, attraverso le tende bianche della finestra si vedono le creste degli alberi e le colline che lo nasconderanno, tra poco sarà buio.
Cerco qualche pensiero che mi distragga, mi raffiguro con ironia questa scena: «Chiunque intendesse salvaguardarsi dai danni di una reazione prevedibilmente dura, farebbe come io sto facendo, tacerebbe».
Non riesco però a distrarmi. Il tuo odio ti rende forte e questa forza incombe. So bene che potresti gelarmi con una parola, annichilirmi con un gesto.
Lo so bene, negli ultimi anni abbiamo parlato tanto. Certo non con regolarità, né con costanza; regolarità e costanza presuppongono un impegno, un comune obiettivo, nel nostro caso, avrebbe potuto essere la ricerca di un chiarimento condiviso.
Invece in questi anni abbiamo parlato solo con improvvise fiammate di parole, rancorose le tue, ma precise e studiate, di estemporanea ed inefficace difesa le mie. Mirabile la tua capacità di alzare la posta, mischiare le carte, barare sui significati. Nel gioco della vita sei diventata dura e precisa, ne hai colto il senso, che per te è semplicemente vincere; come se nella vita si potesse vincere e perdere, mi dico.
Così sempre più abbiamo scelto di essere distanti e di volta in volta più a lungo possibile.
Trovarti in questa stanza è stata una sorpresa, essere costretti a restarvi condividendola è una strana tortura.
Questo forse a te fa piacere. Il tuo odio ti fa sentire inavvicinabile. Restare qui impassibile è per te un esercizio di potere.
Ti osservo. Il tuo odio ti veste. Non è solo dentro di te, è anche fuori, non corazza pur restando un baluardo di difesa, ma abito confortevole, come quelli un po’ abbondanti, di lana color cammello all’esterno, bianco avorio nei risvolti e nei bordi, un po’ abiti un po’ mantelli, morbidi fino al carezzevole, che danno garbo comodità e signorilità. È così, il tuo odio ti calza ma non ti limita in nessun movimento. Di tanto in tanto aggiusti i capelli, rimettendo al suo posto il ciuffo che scivola dal bordo dell’orecchio verso la fronte. Poi cerchi col gomito il punto d’appoggio più riposante. Il mantra che trasmetti è: «Sono a mio agio».
Il tuo odio ti gela. Il riflesso della fiamma del caminetto sul tuo volto glaciale dovrebbe sfrigolare come un ferro rovente al contatto con la neve. Eppure nulla accade. Io resto da questa parte, nell’abbraccio di questa poltrona comoda, nel guscio dei miei pensieri e della mia immobilità. Non cadrò nell’errore della parola. Non mi azzardo a farlo, toccherei filo spinato. La rabbia trae alimento dall’energia dell’altro, può essere soffocata solo da se stessa. L’odio deve consumarsi.
L’odio ti fa sembrare una vestale, ti astrae.
Ti odio.
di Giuseppe Vallario

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