WEN – ODIO – Troppo tardi – Donatella Bellucci

Ma guardala. Tranquilla sui tacchi alti come se fosse nelle pantofole. Guarda come si gira sorridente verso il suo ragazzo e gli sussurra qualcosa con la sua voce argentina.

La vecchia, cara invidia mi stringe gli occhi, li riduce a due fessure che traboccano di malevolenza. Guardo con disappunto le mie scarpe da ginnastica comprate al discount.

Maledetta. Maledetti quelli che si permettono di giudicare una persona solo dall’aspetto, dal portamento, dal sorriso. Tutti quelli che le rendono la vita facile e che l’hanno resa difficile a me, piena di sassi aguzzi e spine.  Non sono mai stata bella, lo so, nemmeno nel momento in cui la natura avrebbe dovuto circondarmi di un’aura di grazia per essere desiderabile.

La luce che esplode sul muro di fronte, quasi arancione, mi cattura e interrompe, per un attimo, il filo dei pensieri: il tramonto si annuncia glorioso come il pomeriggio e mi accorgo che non so più da quanto sono immobile, apatica, in bilico tra questa rabbia sorda che mi divora e il nulla.

Chiudo sconsolata la porta finestra e rientro in casa, anche se fuori la calda luce di maggio risplende sfacciatamente sul mondo e il cielo, così perfetto nel suo azzurro maiuscolo, mi tiene avvinta e mi riempie di uno struggimento spossante. Non si dovrebbe, in giorni come questi, essere solo felici e correre, ridere, guardarsi negli occhi e sentire il cuore che palpita? Oppure spingersi, liberi, sempre più avanti, solo per il gusto di farlo?

Cammino il più silenziosamente possibile nel corridoio in penombra, fino alla sua stanza. Mia madre dorme a bocca aperta, il labbro superiore che si muove al ritmo del respiro, la dentiera appoggiata sul comodino. Negli ultimi mesi si è accartocciata su se stessa, le mani deformi aggrappate al lenzuolo, i radi capelli grigi che si alzano sulla sommità, come la cresta di un’upupa. Quando dorme fa tenerezza ma, appena si sveglia, il demone che la possiede si sveglia con lei.

Dio, come vorrei bruciare tutto e scordarmi delle mie radici, alle quali, fino ad oggi, non sento di appartenere. In quale punto, in quale momento l’amore che avevo si è trasformato in odio?

Proseguo oltre, verso la stanza che una volta era di mio fratello e che adesso somiglia sempre di più al ripostiglio delle cose passate di moda, accadute troppo tempo fa.

Da un mucchietto di album ne prendo uno e scorro le foto della mia famiglia; donne belle e prosperose, così diverse da me, che sorridono misteriose su una lambretta o fumano sedute su una fontana. Mia madre che ride e riempie lo scatto virato seppia con il bianco splendore dei denti, avvolta da una gonna a fiori. Mio padre in posa con la faccia da bel tenebroso. Foto normali di gente normale.  La famiglia della quale ho dovuto presto imparare a fare a meno.

La vibrazione del cellulare mi scuote.

«Ciao, sono io. Hai per caso visto i mocassini nuovi?»

Le scarpe nere, quelle nuove e fichissime, le ricordo perfettamente. Le indossava quando è uscito con la sua amante. A me aveva detto che aveva la partita di calcetto. Quando l’ho capito le ho bruciate nel bidone del giardino.

«Hai controllato per bene nella scarpiera? Non è che le hai lasciate da qualche parte?»

«Non mi sembra, controllerò. Come sta tua madre dell’operazione?»

«Sta un po’ meglio. Ne avrò ancora per almeno una settimana. Passi da qui stasera?» Nel suo silenzio sento la riluttanza, poi si decide.

«Sì, passo per cena, tanto Caterina è fuori con gli amici». Nostra figlia ormai ha vent’anni. Era estate, c’era una festa, eravamo ubriachi, era buio.

La voce querula e un po’ sgraziata mi chiama.

«Devo andare in bagno, che fai?» Si aggrappa a me e sento tutta l’inconsistenza di questo corpo che ha vissuto per ben più di ottant’anni. Potrei sollevarla tra le braccia senza sforzo. Per quanto ci pensi, non ricordo che mi abbia mai presa in braccio.  

«Guarda come mi sono ridotta. Tuo padre, le gravidanze. Se tornassi indietro non vi rifarei, nessuno dei due. Voglio morire.»

Grazie, mamma, per i tuoi rari e preziosi momenti di lucidità.

Vuoi morire eh? Allora, ti supplico, smetti di aggrapparti a questa brutta copia della vita e dammi pace! Ma non hai mai fatto nulla per me. Un rigurgito di puro odio mi sale dalla bocca dello stomaco.

La mia mano afferra il cuscino, svelta come un serpente e lei mi guarda, stranita, di colpo presente. Mamma, ma ho bisogno di vivere, finalmente. Il pensiero di Caterina, per un attimo, mi trattiene. La mia dolce, bella, Caterina, così migliore di me e quasi pronta per spiccare il volo, alla quale dovrò pur essere di esempio.

Ma il fuoco che arde mi invade tutta, mi divora, mi sussurra, maligno, che è troppo tardi. Perdonami se non riuscirò mai a essere la madre che volevi. Chiudo gli occhi e, senza respirare, spingo.

di Donatella Bellucci

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