
Frequentavo la quarta elementare, perciò eravamo nel 45. La maestra Margherita giovane, bella e colta aveva una fede religiosa profonda e sincera nella quale cercava di educare anche noi bambini. Mio padre era operaio di fattoria in un’azienda agricola che comprendeva molti poderi sparsi sulle prime pendici dei monti che separano la Toscana dall’Emilia. La maestra era figlia di un falegname che lavorava per la medesima azienda, organizzata in maniera razionale e moderna. Infatti cantina, frantoio e falegnameria erano centralizzati in edifici costruiti vicino all’antica villa che a sua volta era collegata per mezzo di un sotterraneo alla chiesa parrocchiale e aveva, oltre al giardino vero e proprio, un salvatico, cioè un bosco chiuso fra alte mura e accessibile soltanto da quel giardino. Questa lunga premessa è necessaria per capire gli avvenimenti di cui voglio parlare.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre sette giovani reduci, fra cui il fratello della maestra più mio padre, che non era giovane come loro perché aveva passato i cinquanta, trovarono rifugio nella villa. Durante il giorno si nascondevano nel salvatico per sottrarsi ai rastrellamenti. Lo venne a sapere qualcuno animato da una fede politica assai diversa da quella religiosa della maestra che li consegnò ai tedeschi in ritirata al di là della Linea Gotica.
Mio padre ebbe fortuna: tornò dopo due giorni. Un ragazzo tedesco, uno di quei sedicenni arruolati negli ultimi mesi di guerra, mentre passavano in fila sull’argine di un torrente, gli disse:
“Ora, nonno, vai!”
e lui si fece scivolare dentro un canneto dove aspettò che la colonna fosse passata, prima di muoversi per mettersi in cammino verso casa. Degli altri sette nessuno seppe niente. Pensavano, cioè speravano, che fossero prigionieri in Germania. Il contadino che aveva segnalato la sepoltura raccontò che erano stati uccisi di notte dopo lunghe torture.
Uno dei sette, dunque, era il fratello della mia maestra. Era sposato, aveva due bambini. La moglie impazzì. Si recava al cimitero e gridava tutte le bestemmie che conosceva per averle sentite dagli uomini delle campagne.
La maestra Margherita un giorno, durante una lezione, si sfogò con noi bambini:
“Ci hanno detto di amare chi ci ha fatto del male. Io non posso! Non sono capace di perdonare. Odio, non amo. Pregate per me, perché possa trovare un po’ di pace. Le preghiere dei bambini sono efficaci.”
Avevo nove anni. Pensai che quell’odio fosse giusto e sacrosanto.
di Terza Agnoletti

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