
L’odio per lui era una malattia. L’aveva presa da piccolo e non se n’era mai liberato. Adolfo Miso aveva imparato a odiare grazie a suo fratello. Benedetto era nato quattro anni dopo di lui. All’inizio Adolfo l’aveva amato come un nuovo dono, un nuovo giocattolo offerto da genitori. Poi aveva capito che non era così. Benedetto era un ladro. Gli rubava l’amore e l’attenzione dei genitori. Crescendo aveva preso a rubargli anche i giocattoli e gli spazi che un tempo erano stati solo suoi. Adolfo cominciò a odiarlo. I genitori sentirono il suo odio come una minaccia e divennero ancor più protettivi verso Benedetto, alimentando l’odio di Adolfo, che imparò a odiare anche loro.
Poi suo padre si ammalò. Un male di quelli gravi, senza speranza. Sua madre era disperata. Suo padre gli rubò altro spazio e altro amore materno e la sua stessa presenza. La madre volle proteggere Benedetto, troppo piccolo, nascondergli la verità, che rivelò, invece, ad Adolfo: il padre stava morendo e le speranze della famiglia e della casa ora ricadevano su di lui, il primogenito.
Quando il padre morì, Adolfo era ancora minorenne. Tirarono avanti un paio d’anni, poi la madre lo convinse a fare un concorso per le Poste. Adolfo avrebbe voluto fare altro. Non sapeva cosa, ma non quello. Non quello. Vinse il concorso e cominciò a lavorare. Suo fratello no. Suo fratello era troppo debole e fragile, diceva sua madre, ma per Adolfo era una menzogna. Benedetto continuò gli studi, mentre Adolfo lavorava anche per lui. Adolfo amava la sua famiglia ma l’odio che provava gli impediva di sentire l’amore che nascondeva sotto. Adolfo cominciò a odiare il suo lavoro, riversandovi su l’odio che provava per il fratello. Lavorava con impegno e diligenza, ma i suoi capi capivano quanto odiasse la sua attività e quel posto e non si fidavano di lui.
La menzogna sulla malattia del padre, che aveva dovuto sostenere davanti al fratello, lo aveva abituato a mentire.
Adolfo mentiva su tutto, in continuazione, senza motivo. Ma non sapeva mentire e le sue bugie si rivelavano spesso come tali. Sul lavoro non ammetteva di sbagliare, a tutti capita, ma negava ogni errore, li nascondeva invece di cercare di correggerli o risolvere i problemi che aveva negato. Nascondendoli non cercava l’aiuto di nessuno. Quando qualcosa emergeva, la fiducia verso di lui andava scemando sempre più. I colleghi si fecero diffidenti e il lavoro per Adolfo divenne sempre più insopportabile. Lo odiava. Odiava i colleghi. Odiava i suoi superiori.
Ben presto cominciò a odiare il mondo intero. Era un odio dilagante e contagioso, che attecchiva su ogni cosa e persona. Questo nostro mondo ha tanti problemi e tante cose che non vanno nel verso giusto. Adolfo odiava intensamente tutto ciò che provocava questi problemi. Andava a ogni tipo di manifestazione, purché fosse contro qualcosa. Eppure odiava persino chi manifestava con lui, perché non odiavano abbastanza o perché pur odiando quei problemi non reagivano come lui avrebbe voluto.
Adolfo viveva così in una bolla di odio e menzogna. Ne era così pervaso che finì persino per odiare la propria immagine allo specchio. Il proprio corpo. Il proprio viso. La propria vita.
Li trascurò, il corpo, il viso e la vita. Li lasciò andare alla deriva. Provava piacere ormai solo nel cibo, anche se non sentiva più neppure i sapori. Mangiava. Mangiava più del necessario, più del possibile. Si ingozzava senza posa. Divenne grasso. Grassissimo. Obeso. Esageratamente obeso.
Il suo cuore, affogato nell’odio e nel grasso cedette. Non aveva ancora compiuto cinquant’anni.

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