
«Come può l’amore diventar odio e dolore?» diceva una vecchia canzone di cui non ricordo il titolo. Come questo sia possibile non lo so, ma so che prima l’amavo e che ora lo odio. Dite che forse “Amore” (con la maiuscola) è una parola troppo grossa per una ragazzina di quindici anni e che “innamorarsi” del proprio professore di liceo è un cliché?
Può essere, però è proprio quello che mi è successo, e non è tutto. Ma prima di vuotare il sacco su questa storia complessa devo dire qualche parola su di me e su di Marco, il “mio” Marco, e su come l’ho conosciuto e compagnia bella. Sì, meglio partire dall’inizio; detesto le storie che partono dalla fine o da metà e poi tornano indietro. Niente flashback, grazie.
Il passaggio dalle medie alle superiori è stato traumatico. Una nuova scuola, dove non conoscevo nessuno, nuove materie, nuove abitudini, una nuova aula e un nuovo banco. Io sono come un gatto, abitudinaria, odio le novità. Quando apro la cassetta delle lettere e la trovo vuota tiro un sospiro di sollievo. Ma mica potevo restare alle medie fino alla maggiore età, no? Così scelsi la mia strada – o meglio i miei la scelsero per me – e cominciai ad andare al liceo K. con buona pace del mio desiderio di restarmene a casa a guardare la tv o a leggere un buon libro, scelto da me.
All’epoca ero single e del tutto vergine, a differenza delle mie amiche delle medie che avevano già avuto le loro prime esperienze, quantomeno a livello di bacio. Non avevo incontrato ancora il mio principe azzurro, anche se c’erano molti ranocchi che mi venivano dietro visto che – a quanto sembra – fisicamente non sono proprio da buttar via. Ma io li tenevo a debita distanza: erano ragazzini ingrifati e immaturi di cui non sapevo cosa fare. Il prof di latino invece era un’altra cosa: un bell’uomo sui quarant’anni, alto, con i capelli lungi legati in un codino e gli occhiali, vestito sempre molto elegante. Fu Amore a prima vista. Siccome poi io sono una persona che non teme di aprir bocca, cercai in tutti i modi di farmi notare: studiavo con diligenza, alzavo sempre la mano per prima, facevo domande intelligenti e ogni tanto, in modo discreto, gli facevo l’occhiolino. Lui… niente. A volte mi imbambolavo a guardarlo e lui mi richiamava alla realtà della classe, mentre il mio cervello era sulla luna con lui al mio fianco.
Un giorno lo seguii. Mi venne così. Senza farmi vedere iniziai a pedinarlo, a piedi. Lui si incamminò lungo il viale alberato con me dietro che lo tampinavo senza farmi vedere, nascondendomi dietro i cespugli o agli angoli delle vie che incrociavamo, come nei più banali film di spionaggio.
Mi sentivo su di giri, stavo per scoprire dove abitava. Non ci volle molto. Dopo qualche centinaio di metri si fermò davanti a un palazzone anonimo di fine millennio e tirò fuori le chiavi. Non si era accorto di nulla. Entrò e la porta a vetri si richiuse alle sue spalle. Io mi avvicinai cautamente. Ancora non mi aveva vista, era impegnato in ben altre attività. Un altro uomo era venuto verso di lui, nell’androne del palazzo. Era un tipo gracile, molto effemminato, con i capelli corti e un buffo maglione natalizio. Si abbracciarono e… si baciarono sulla bocca!
Dunque Marco era dell’altra sponda. Non era colpa sua, non era neanche una colpa a dirla tutta, ma fu in quel momento che nacque il mio odio, per lui e per il suo “ragazzo”. Mi allontanai col cuore rotto, pensando a come fargliela pagare.
Mentre ritornavo verso casa mia, l’odio che provavo per quel bellimbusto, frocio, non faceva che crescere. Se l’avessi avuto tra le mani, non so cosa gli avrei fatto… Ucciso? Si, forse l’avrei pure ucciso, tanta era la forza che mi veniva dalla rabbia che mi aveva preso tutta! Io avevo sognato di andare oltre le sciocchezzuole che facevano le mie compagne di classe. Io mi sarei fatta sverginare… ecco, ora l’ho detto quello che avevo sognato di fare con il professore di latino, bello, longilineo, col suo codino di capelli raccolto dietro la nuca! Glieli avrei sciolti io i capelli, magari mentre mi penetrava, mi faceva urlare di dolore e di soddisfazione… Lo volevo sapere io cosa si prova quando un uomo, uno maturo, con tante esperienze sulle spalle, ti toglie la verginità, ti fa diventare davvero donna! Io mi ci vedevo i giorni dopo, quando entrava in classe il professore di latino, tutte le ragazzine a sbavargli dietro e lui… lui guardava verso di meno e non riusciva a trattenere un sorrisetto complice. E tutte che guardavano verso di me e facevano finta di non capire, per non morire stecchite di rabbia… lì distese sul pavimento, morte d’invidia! Invece no! No e poi no! Era frocio quello che mi doveva sverginare. Era lui che si era fatto inculare da quel bamboccio che gli era corso incontro a baciarlo sulla bocca, magari a mettergli la sua lingua nella bocca… che schifo! E che rabbia!
Ma non poteva finire così! Mentre l’odio per quell’uomo, quel finocchio! mi cresceva dentro, scartavo via via le ipotesi più assurde che mi balenavano nella mente per scaricarne un po’, di quella rabbia e di quell’odio! Si andava dall’idea di mettermi a simulare il verso di una venditrice di verdure al mercato del rione e, non appena entrava in classe il professore di latino mettermi a urlare: «Verdure fresche… finocchi… stamani li regalo i finocchi…». Ma era troppo stupida e banale. Allora mi veniva in mente di atteggiarmi a ragazzina ingenua e non appena lui, il professore frocio, metteva piede in aula, alzare il, ditino e domandargli: «Scusi professore, ieri sera in televisione parlavano di femminielli napoletani… sa, quella trasmissione dove il maresciallo ogni tanto va a trovare quel suo amichetto vestito da donna…» E magari mettermi a ridere non appena il professore avesse aperto bocca. No, non funzionava neppure questa!
Eppure io qualcosa dovevo trovare per vendicarmi dello scherzo, questo davvero pesante, che il professore di latino mi aveva fatto!
Ecco che finalmente l’ho trovato il modo di vendicarmi di quel buono a nulla! Me lo ha suggerito Lorenzo, uno dell’ultima classe, uno con le palle, come dicono tutti, quando si è presentato in classe per chiedere se c’era nessuna delle ragazze che desiderava farsi qualche foto con lui, che poi le avrebbe messe sul giornalino della scuola per parlare, diceva lui, delle nuove leve e di quelli giunti ormai al capolinea. Quando ha ripetuto la parola foto mi è scattata in alto la mano quasi automaticamente. Eccola qui la soluzione per dare una lezione a quel bastardo del professore che ha voluto umiliarmi, consapevole o meno che sia stato di ciò che combinava nel mio animo e nella mia mente.
All’uscita dalla scuola ho trovato Lorenzo che era lì davanti, appoggiato ad un’auto, con la macchinetta fotografica in mano. Lui ci tiene a passare per un fotografo abile! Lui non usa il cellulare perché, come dice lui «non rende giustizia dei sentimenti, oltre che dell’immagine, delle persone». Lorenzo mi ha proposto di andare nel suo studio a fare il servizio fotografico che mi aveva proposto. Salgo sulla sua scassata mini minor e andiamo a casa sua, nella sua cameretta mentre pare che i suoi siano tutti al lavoro fino a sera. E lì lui, niente male come uomo, mi fa tutto quello che mi avrebbe dovuto fare il frocio del professore. Comunque, sarà perché quello che sognavo era il professore di latino, sarà che l’odio mi impediva di rilassarmi come era necessario, io tutto questo godimento che raccontano quelle che lo fanno la prima volta, non l’ho provato. Sono rimasta un po’ delusa, insomma. Ma a Lorenzo non l’ho detto, non volevo che si rifiutasse poi di fare quello che ho chiesto. Così siamo passati al servizio fotografico. Io seminuda che lo abbraccio, che gli faccio tutto quello che mi chiede con le mani e con la bocca. Siamo andati avanti un bel po’. Poi, quando si è terminato, Lorenzo mi ha promesso che avrebbe fatto in modo di inviare quelle foto sul cellulare del professore perché si rendesse conto di ciò che perdeva e, soprattutto, per vedere come avrebbe reagito verso di me e le altre ragazze e ragazzi della classe. Quella sera tornai a casa davvero soddisfatta. In un colpo solo avevo surclassato tutte le mie coetanee in quanto ad esperienze sessuali. Tra l’altro l’avevo fatto con uno che aveva fama di essere il tipo che con le donne ci sapeva fare, anche se a me… ma lasciamo stare. In più ora sapevo che Lorenzo avrebbe fatto quello che mi aveva promesso. «Ti garantisco che il numero del professore ce l’ho. No, non lo puoi vedere sul mio telefono. Non sono così scemo da memorizzare sul mio cellulare i numeri che uso come voglio io! Almeno facciamoli faticare un po’ quelli della polizia postale!»
Così mi misi ad aspettare quando, due giorni dopo, il professore di latino avrebbe di nuovo messo piede in classe e mi avrebbe guardato negli occhi. Che non si azzardasse a fare riferimento alle foto che gli erano arrivate che avevo già la risposta pronta: «Che ne ha fatto di quel bel morettino con cui si baciava lingua in bocca alcuni giorni fa?»
Volevo vedere se avrebbe avuto il coraggio di negare anche l’evidenza!
Ma non andò così! Proprio mentre il professore entrava in classe il suono di una notifica mi avvertiva che era arrivato un messaggio di WhatsApp. Era Lorenzo che diceva: è stato bello con te… sei più brava di molte più esperte! Ora però, se non vuoi che le foto finiscano sui cellulari di tutte le tue compagne e compagni procurati rapidamente 1000 euro e consegnali al sottoscritto. Naturalmente se pensi di fare mosse sbagliate ti ritrovi sui cellulari di TANTE persone. Scegli come vuoi fare! Tuo affezionato Lorenzo
p.s. hai tre giorni di tempo prima di diventare la diva hot più gettonata della città.
Come potete immaginare non avevo nessuna intenzione di sottostare al ricatto di quel pezzente. Presi il cellulare e glielo scrissi a chiare lettere. Aggiungendo, naturalmente, che si desse una mossa se voleva far godere la prossima, ingenua ragazza che si fosse fatta abbindolare da un incapace, sessualmente parlando, come lui.
Appena diedi il via al messaggio fui presa da una certa inquietudine.
«Sarà davvero capace di fare un gesto così crudele? Ma no, in fondo in quelle foto c’è anche lui…» Che ingenua! Avevo sottovalutato le risorse di Photoshop, quel maledetto programma che riuscì a far uscire di scena quel bastardo e a farmi rimanere in preda di un partner anonimo e a sollazzarlo come desiderava. Così infatti apparirono quelle foto alcune ore dopo che avevo inviato quella risposta a Lorenzo, che si deve essere sentito colpito anche nella sua autostima di maschio.
Ma quella che fu davvero colpita fui io. In poche ore quelle foto passarono, di telefonino in telefonino, sotto gli occhi di migliaia di persone. Ormai non potevo più fare un passo fuori casa che venivo additata da grandi e piccini. I piccini, intesi come ragazzini, venivano presi a scappellotti dai loro genitori che, prima, facevano la voce grossa perché non si attardassero a guardare quelle foto sconce, poi scoppiavano loro stessi a ridere e ad aspettare che passassi per guardarmi come un animale raro, per non dire di peggio. La mia vita era diventata un inferno. Ieri sera ho promesso ai miei genitori che avrei loro rivelato il nome dell’infame che mi aveva fatto questo perché volevano denunciarlo. Io non osavo immaginare cosa avrebbe combinato quel bastardo per vendicarsi di una eventuale denuncia!
Si dice che negli ultimi istanti prima di morire il tempo si dilati fino a farti rivedere gli avvenimenti che ti hanno portato in quella situazione. Credo che questa sia la cosa che è successa anche a me. Stamani ho lasciato scritto quello che state leggendo sul tavolo della nostra cucina mentre i miei genitori erano al lavoro e sono venuta a guardare Firenze per l’ultima volta dalla sommità della cupola del Brunelleschi. Poi mi sono lasciata cadere di sotto. Tra un attimo mi sfracellerò sulle pietre della piazza più bella del mondo. E il mondo continuerà a girare come sempre.

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