WEN – OSSESSIONE – I love shopping – Manna Parsì

Mi butto dentro l’armadio. “Non ho niente da mettere”, urlo con le mani tra i capelli.

    Oggi al lavoro la mia collega ha messo un paio di jeans stile anni Ottanta bellissimi. Non riesco a concentrarmi, li devo avere anche io. Agitata, le chiedo dove li ha comprati e lei mi dice in una boutique vicino alla sede. Molto bene penso, così durante la pausa pranzo vado a comprarli. Esco anche cinque minuti prima per avere più tempo. Nel negozio non c’è nessuno ed io parto alla carica.  Compro un paio di jeans, tre magliette, un paio di scarpe, quattro paia di orecchini, una collana e tre foulards e vado via felice. Per strada evito i miei colleghi. Non voglio farmi vedere con tutte quelle borse e scivolo verso la macchina. Devo mettere assolutamente i pantaloni nuovi adesso. In macchina mi attorciglio con le gambe, le mani e il sedere tra pedali e sedile e mi cambio velocemente. Mi sento rinata. Al lavoro una collega mi chiede se ho messo i pantaloni nuovi ed le rispondo ‘NO’. 

   Devo portare Miky al calcetto. Vicino c’è un grande centro commerciale e di nuovo ho voglia di fare compere. Lascio il bimbo al campo sportivo mentre mi chiede a che ora passerò a prenderlo. “Arrivo presto tesoro. Vai a riscaldarti” e parto di corsa per fare shopping. Al parcheggione infilo la macchina alla meno peggio tra altre due. “Non possono aprire lo sportello, fatti loro”. Entro in  ascensore che mi porta davanti alla porta del Paradiso. Mi guardo intorno avidamente. In uno dei grandi magazzini prendo diversi vestiti e li porto in cabina. Non mi vanno. Sono ingrassata e mi arrabbio. Li lascio lì e vado nel reparto di biancheria intima. Prendo tutto quello che vedo e torno verso la cabina. La commessa mi segue dicendo che non posso provarla. “OK. Compro Tutto”. Ottocento euro e non ho cash con me. Le dò la carta di credito ma la disponibilità è insufficiente. Allora le do l’altra mentre per il nervoso stacco lo smalto con i denti e mi sanguinano le dita.  “Come è possibile? Il vostro pos non funziona”, agitata e sudata dico alla commessa con voce alterata. La gente intorno si zittisce e guarda spaventata perché ho le mani insanguinate. La commessa mi invita a calmarmi e a lasciare il negozio. “Non mi calmo” urlo. Chiamo mio marito dicendogli che deve arrivare presto perché mi mancano i soldi. Aggiungo anche che è colpa sua se mi trovo in questa situazione. Mi dice che è in riunione e non può lasciare il lavoro e attacca. Per fortuna ho una super shopper, raccolgo tutta la roba che vedo davanti agli occhi e la infilo dentro. Ora posso uscire ma il metal detector comincia a  suonare. Salto fuori e comincio a correre, chissà dove. Due vigili mi prendono per le braccia e mi portano alla Centrale di Polizia. “Voi non capite. Io devo andare a prendere mio figlio al calcetto”.  “Si, signora. Però prima deve rispondere a qualche domanda”.

Alla Centrale quando il tenente mi vede mi saluta calorosamente. “Ah, signora Giusy buonasera. Mi stavo preoccupando. Da un po’ che non la vedevo qua. Pensavo che fosse guarita. A quante pare non è così”.

“Chiamate subito mio marito per tirarmi fuori da questo pasticcio” gli dico con tono altero. 

“L’abbiamo già chiamato. Ha detto che non verrà e al bambino ci pensa lui. Lei può dormire tranquilla stanotte in una delle nostre celle a cinque stelle. Domani capiremo suo marito che vuole fare”.

“Che vuol dire? Non viene a prendermi? Non vuole pagare le mie spese?” domando agitata e incredula.

“Portatela via”, dice il tenete annoiato.

Il mondo mi gira intorno. Non sento più niente, le gambe non mi reggono e cado per terra.    

   Mi sveglio a pezzi con un forte mal di testa. La mia psichiatra si è chinata su di me e controlla il polso.

“Sei sveglia. Stavolta hai esagerato. Avevi messo i reggiseni e le mutande uno sopra l’altro. Ti suonavano le tette e le ovaie”. Mi tocco la pancia. “No… No…Datemi i vestiti, mi sento nuda, non ho niente da mettere. Sono miei, miei…” piango, urlo e mi dimeno per liberarmi dalle cinghie.

“Dieci milligrammi di Lorazepam e la ricoveriamo di nuovo”, dice la psichiatra.

   Ora sono contenta perché in ospedale mi mettono la camicia di forza che mi sta molto bene e mi addormento felice.  

di Manna Parsì

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