WEN – OSSESSIONE – L’inquilino del piano di sotto – Chiara Sardelli

     

Quella volta che Adriana mi aveva invitato a prendere il tè da lei e, per un buon quarto d’ora, con mia grande sorpresa, aveva incentrato il discorrere su Andrea, l’inquilino del piano di sotto, così tutto lo appellavamo, mi ero meravigliato. Quasi scocciato, avevo interrotto la conversazione, cercando di riprendere fiato e di dire la mia: “A me non sembra un tipo così speciale. A parte l’età ragguardevole, oggi non è un’eccezione, non so cosa ci troviate tutti da ridire o da incuriosirvi. È una persona molto autonoma che evidentemente sta bene in compagnia di sé stesso. Cura il giardino come se fosse il salotto buono di casa e ogni tanto dipinge e allora? Di tanto in tanto si scorda di salutare, ma non per maleducazione, questo lo abbiamo assodato! Evidentemente è preso sempre dai suoi pensieri. Non deve avere parenti, poiché non riceve mai nessuno, a parte un signore suo coetaneo che viene a trovarlo due o tre volte all’anno”. La faccia di Adriana con quel sorriso forzato e compunto, mi rimandava un misto di disapprovazione e imbarazzo, scandito anche dal vuoto della conversazione che era rimasta in sospeso. Un vuoto che lei non intendeva colmare. Fui io a trarre le conclusioni: “Ripeto, e allora? Che ce ne importa a noi?”, mentre con fare ironico e scanzonato cambiavo argomento di discussione.

Mai avrei immaginato che il signor Andrea potesse diventare centrale nei miei pensieri. A distanza di qualche mese, una noiosa e invalidante ernia cervicale mi aveva costretto fermo in casa. Dipendevo in tutto dalla mia governante una ragazza di colore i cui servigi, a causa della malattia, mi erano utili tutti i giorni. Se non avessi avuto la lettura e la scrittura a compensare i disagi di una clausura forzata tra quattro mura, me la sarei cavata in qualche altro modo, ma certo sarei stato parecchio intrattabile! A essere onesti anche la presenza di Geraldine allietava le mie giornate facendomi sentire meno la pesantezza della situazione. Era lei che mi portava il quotidiano e, con le sue risate argentine, mi raccontava storie minute, aneddoti, osservazioni, talvolta piccole maldicenze, gettando un ponte di collegamento con la realtà al di fuori del mio habitat ristretto.
Quello che sconvolse i miei giorni e anche le mie notti, successe una mattina, senza alcun preavviso. Geraldine era arrivata con un certo ritardo, ma la cosa non mi dava disagio. Avrebbe prolungato, di conseguenza, l’orario di uscita. Come al solito, la giovane si era chiusa la porta dietro le spalle, aveva mormorato qualcosa a proposito del tempo inclemente, sostando a lungo nel corridoio. Forse, immaginai, per scuotere il soprabito e appenderlo, mentre indossava le sue solite scarpe da casa. Quando venne da me nella camera, fui attratto dalle sue gambe lunghe e ben tornite che esponeva, indossando senza imbarazzo una minigonna davvero mini. Avevo avuto più volte riprova dell’avvenenza di Geraldine, soprattutto le curve morbide e sinuose del corpo, esaltate dal colore ambrato della pelle, si lasciavano ammirare e facevano dimenticare le fattezze dure del volto.

Dovetti fare un certo sforzo su me stesso per non lasciarmi andare ed esprimermi con le gestualità tipiche dei maschi, riportando alla memoria che eravamo nel chiuso di una stanza e magari un fischio e un apprezzamento pesante avrebbero assunto un significato diverso, una provocazione dura da digerire.

Mentre la ragazza mi allungava il quotidiano, non reggendo all’urgenza di commentare tutta quella bellezza che mi si parava davanti, con la lingua incespicai qualcosa: “Dovevi scegliere proprio questi giorni che sto chiuso in casa per indossare questa minigonna”. Tirando su col naso e fingendo attenzione alle pagine che scorrevo, continuavo: “Non che non ti doni, anzi…”, mi mostravo indifferente, ma il leggero rossore che increspò le guance di lei mi fece piacere.

La giovane ci mise poco a riprendere il fare abituale. Inchinandosi verso la pianta per staccare alcune foglie morte, fece scivolare la conversazione sul più e sul meno: “Signor Francesco, è il caso che vi avviciniate alla cucina, così io apro la stanza e annaffio la pianta, dopo di che vengo subito a prepararvi la colazione”.

Non potei fare a meno di osservare la correttezza della sua parlata, che sempre mi meravigliava in una donna, come lei, di origine africana. L’accento della lingua francese si notava appena, nella pronuncia con cui arrotava la erre, ma per il resto era impeccabile, compreso quel voi che ostinatamente continuava a usare, nonostante le mie rimostranze. A nulla erano servite le spiegazioni storiche, cioè che il voi era una forma introdotta sotto il fascio in tempo di orgoglio autarchico e caduta in desuetudine, ora nel dopoguerra. Sembra che le fosse stato insegnato come segno di rispetto dalle suore che avevano curato la sua educazione e, su questo, Geraldine non mollava.

 Il mio tu era giustificato dalla differenza di età. Sempre mi era sembrata una barriera insuperabile che facilitasse l’educazione e non consentisse, pur nella frequenza giornaliera, l’avanzare di confidenze improprie. Quel giorno la mia certezza era meno granitica. Mentre la ragazza si era piegata sulla pianta, il mio sguardo si era soffermato sull’incrocio delle sue gambe e il pensiero era andato oltre ad immaginare il sesso chiuso tra le cosce. Svelto, avevo preso a incamminarmi verso la cucina, compiaciuto che l’erezione si fosse manifestata con così breve attesa.

Quando lei tornò nella stanza mi trovò seduto nella seggiola impagliata attorno

al tavolo in marmo, distratto, con gli occhi che osservavano un piccolo cartoccio di fiori ancora da scartare. Non feci a tempo a domandare, che Geraldine mi anticipò la spiegazione: “Che belle queste rose, ve le manda il signor Andrea, un pensiero gentile non vi pare?”    

Non riuscendo a trattenere la sorpresa: “Come, il signor Andrea?! Se ci salutiamo appena! E tu poi come lo conosci?” La voce aveva assunto un tono allarmato di cui ancora non mi era chiaro il perché.

Geraldine continuò a spiegare: “Il signor Andrea frequenta la Chiesa, è lì che l’ho conosciuto, poi da qualche tempo, ora che salgo queste scale tutti i giorni, abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchere. Ultimamente mi ha offerto di fargli da modella, riprendendomi nel suo giardino. Così ha saputo della vostra malattia”. La giovane si era interrotta e, incerta, aveva ripreso: “Spero che non vi dispiaccia”. Subito zittendosi e scrutando il mio volto.

Nel rispondere avevo indurito le fattezze e le parole se n’erano uscite spedite con un tono tagliente: “Sei molto giovane, dovresti riflettere prima di dare confidenza agli estranei!”.

Geraldine sgranando gli occhi cigliati, da cerbiatto e, cercando di rispondere educata, fece trapelare un leggero fastidio: “Il signor Andrea è sempre molto rispettoso e poi dovreste conoscermi”. Mi sentii punto dall’osservazione. In effetti, in rapporto alla giovane età, avevo sempre percepito Geraldine come una che sa come comportarsi.

Passai una mano a massaggiare la nuca, il dolore tornava a farsi sentire con prepotenza e mi offriva l’occasione per cavarmela dirottando l’attenzione. Geraldine subito premurosa andò alla ricerca dell’analgesico e il nostro stare insieme sembrò scorrere sui binari consueti.               

Dentro di me qualcosa però si stava insinuando, una voglia ansiosa, un desiderio di attribuire agli incontri del signor Andrea e di Geraldine un che di peccaminoso e una punta di gelosia mi spronava a immaginarmi loro due insieme nel giardino al piano di sotto. Mi vergognavo dei miei istinti, ma avrei dato non so che per poterli spiare indisturbato. Cominciai a sognare a occhi aperti con un eccesso di voyerismo che per compenso mi pervadeva e mi lasciava in uno stato di attonito appagamento. Solo che il giardino, mai lo avevo visitato. Così nei giorni successivi, cominciai a domandare a Geraldine di questo giardino e mi feci un’idea. La giovane non sospettò e mi fornì dei particolari a cui la mia immaginazione si aggrappava ingigantendoli.     

Spesso vedevo la donna vestita di una semplice tunica trasparente che si addentrava nell’orto e, ambigua, le nudità sottaciute ma disciolte dalle movenze, si offriva allo sguardo del vecchio e al mio, mentre con fare complice, aggirandosi nell’unico filare della vigna, coglieva i frutti a grappolo.

Quest’idea dell’uva stava diventando ricorrente, mi ossessionava di giorno e di notte: più esattamente l’offerta dell’uva che Geraldine avrebbe fatto a me e al signor Andrea, avvicinandosi discinta, una volta al pittore che la ritraeva, una volta a me sognante, che furtivo e senza essere notato, mi ero introdotto nel giardino ad appagare gli insani istinti.      

Queste visioni notturne si stavano succedendo con puntualità nel mio immaginario onirico, io le attendevo e le agognavo. Oramai stavo decisamente meglio e dovevo prendere in considerazione l’opportunità di diradare le visite di Geraldine che avrebbe ripreso a prestarmi i suoi servizi una o due volte a settimana.

La prospettiva mi disturbava. Mi ero affezionato a quella specie di ossessione e non volevo staccarmene.

Fu il caso, come spesso succede, a decidere per me. Una mattina Geraldine mancò al suo appuntamento e lo fece senza potermi preavvisare. La cosa non mi piacque mi sentii pervaso da un senso di oscuro e tragico presentimento. Quella notte avevo di nuovo sognato la vigna, ma di Geraldine non vi era traccia: solo la tunica della giovane, insanguinata e dispersa per terra, tutta trasparenze, mi aveva attratto, mentre sgomento abbandonavo la mia postazione dietro i vetri della finestra da cui osavo spiare.

Il giorno successivo, nel pomeriggio, fu Adriana a darmi la notizia. Con una specie di sogghigno mi avvisava che l’inquilino del piano di sotto si era autodenunciato per l’assassinio della giovane.

Non ho mai saputo se quei sogni avessero un carattere premonitore o se invece, semplicemente, appagassero le mie pulsioni.

Fatto sta che, forse con intento di liberazione, appena Adriana si levò dai piedi, cominciai a scrivere una storia, cruda e truce. Raccontavo con viva immaginazione dell’inquilino del piano di sotto, seguendolo dall’infanzia fino agli ultimi giorni. Raccontavo come l’ossessione di possedere il giovane corpo di Geraldine l’avesse invaso e gli avesse ottenebrato la ragione, fino a quel gesto insensato consumato nella vigna di casa. Quella vigna che, al pari dell’ossessione, anche io conoscevo bene.        

di Chiara Sardelli

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