WEN – OSSESSIONE – Ossessione d’amore – Laura Gronchi

Il pomeriggio era caldo e afoso, Claudio spalancò la finestra del soggiorno e uscì sul terrazzino in cerca di refrigerio.

Il sole splendeva allegro nel cielo terso, ravvivando i colori di gerbere e gerani che ornavano i giardini del vicinato. Una donna canticchiava “L’esercito del selfie” mentre stendeva i panni, mescolandosi al vociare felice dei bimbi che giocavano nel parco limitrofo.

Claudio rientrò, l’espressione mogia resa ancora più cupa dalla sfacciata vitalità che lo circondava, e su cui tirò sgarbato le tende.

Come può il mondo continuare a scorrere, infischiandosene delle mie tribolazioni?

Era sabato, e dal giorno in cui la realtà gli aveva spazzato via le illusioni, si era chiuso in casa e non era riuscito a ingerire più niente.

Strascicando i piedi andò in bagno e inorridì davanti allo specchio: la barba incolta a stento nascondeva un volto rugoso, emaciato, spento.

Deglutì e osservò il pomo d’Adamo salire lungo il collo magro, che si ergeva come un ramo male abbozzato sopra il corpo rinsecchito.

Almeno non avrò bisogno di raccontare balle quando rientrerò al lavoro.

Tornò in camera e finì per afflosciarsi sulla sedia, inconcludente.

Adocchiò la custodia nera, un attimo di titubanza e l’ossessione vinse. Bastò un istante, e le immagini di Marta erano lì: lei che sorseggiava un caffè alla mensa, in un momento di relax assieme alle colleghe d’ufficio, o seduta alla scrivania, con quel sorrisetto da Monna Lisa che lo faceva impazzire.

Scorse anche gli altri scatti, quelli che le aveva rubato e che erano molti di più. L’aveva seguita in palestra, al supermercato, mentre faceva shopping, durante le uscite serali.

Qualche volta aveva finto di esser lì per caso, per godere di qualche istante della sua compagnia.

Chiuse gli occhi lasciandosi andare alle fantasie che l’avevano cullato per mesi: sorrisi che diventavano carezze, abbracci, baci sempre più intimi, sempre più sfrenati, infiniti.

Un brivido violento esplose e dilagò in tutto il corpo, scuotendolo, e lui si risvegliò ansimante, sudato.

Svuotato.

il display intanto si era oscurato. Con sguardo accigliato riprese il telefono e aprì le immagini più recenti in cui era apparso “Lui”, un tizio senza infamia e senza lode, ma che in lei aveva acceso la scintilla dell’interesse, rivelatosi reciproco, e gliel’aveva portata via.

Con uno schiocco secco richiuse l’apparecchio, lo sbatté sul tavolino e in preda a un raptus di rabbia si alzò.

«Perché lui sì e io no? Cos’ha più di me? Maledetta stronza!»

Prese a pedate la sedia finché non cozzò contro l’armadio, lanciò ciabatte, scarpe, soprammobili, finché la mano non si posò sul ritratto di Marta che teneva sul comodino, cui dava l’ultimo sguardo prima di coricarsi. Solo un secondo, poi l’incertezza si trasformò in furia e della cornice non rimase più niente.

«Te la farò pagare! Se non potrò averti io, non ti avrà nessuno!»

Si sentiva meglio. Percepì l’energia che tornava assieme al nuovo scopo che si era prefisso.

«Ti distruggerò maledetta, fosse l’ultima cosa che faccio in questo mondo!»

di Laura Gronchi

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