WEN – OSSESSIONE – Testa o Croce – Antonietta Toso

 Un  moto d’ira si trastullò nella mia schiena. Mamma aveva il coraggio di mettermi davanti a un bivio. Da un lato c’erano lei, papà, mio fratello, dall’altro zia Silvia, i cugini, il mio paese, gli amici, il gelataio preferito, le maestre, la scuola, l’oratorio, la chiesa, il prete. Le partite di pallone della domenica. In pratica il mondo intero.

 «Giuseppe, cosa ci fai lì? Rannicchiato in quell’angolo? Dov’è la tua roba? Hai undici anni, non crederai mica che te la prepari io?» disse mio fratello dall’alto del suo metro e ottanta.

 Fu in quel preciso istante che s’intrufolò nella mente l’idea che la vita fosse l’insieme di svolte, l’esito di scelte azzardate. La conseguenza di un sì o di un no. Con il pensiero gettai in aria una monetina. La vidi danzare, saltellare, rotolare su se stessa. Sentii brividi di paura e di piacere nel momento in cui le dissi:

«Testa o croce?»

 Non attesi la risposta. Smisi di piangere. Sentivo che ciò che quella notte avevo appreso fosse più importante di finire agli antipodi o di rimanere nel mio paesello diroccato. Intuii pure che quanto avevo capito avrebbe preteso di alzare la voce nel corso della mia esistenza. Mi alzai in piedi, mi allontanai dal mio angolo di dolore, lasciai il muro del pianto e raccolsi le mie cose.

 Era il primo martedì di novembre del 1968.

 La Melbourne Cup si disputava alle tre del pomeriggio. Jeoff mi convinse di comprare il biglietto di quell’evento che si prometteva unico. Ero eccitato, emozionato. L’adrenalina non mi aveva fatto dormire. Ostruiva ogni cellula del mio corpo e di quello di Jeoff che, alla guida, sfrecciava sulla Western Highway come se quel giorno dovesse essere l’ultimo della nostra vita.

Partii da Adelaide che splendeva il sole, arrivai a Melbourne sotto un cumulo di nuvole. Il clima era mite, propizio alle prestazioni fisiche e umorali di Rain Lover, il purosangue dato per favorito.  Lo dissi a Jeoff.

«Ecco perché si chiama Rain Lover. Ama la pioggia, l’umidità. Vincerà di sicuro» mi rispose.

Quel cavallo aveva vinto a dispetto della pioggia, del vento, del caldo asfissiante eppure  mi sentivo felice anche solo sapere di vederlo correre da vicino.

Arrivai all’ippodromo di Flemington con molto anticipo. Mi confusi fra la folla, immensa. Fremevo nell’atmosfera elettrica che quella gente sprigionava e che con il binocolo a penzoloni sul petto, le scarpe basse e bianche, i cappelli in testa nonostante il cielo plumbeo, si agitava verso il proprio posto o sedeva già da ore.

I cavalli erano ai box. Nitrivano. Sbuffavano. Starnutivano per comunicare il loro umore ai propri simili. Scalpitavano in attesa di poter scattare. La corsa iniziò. Rain Lover correva come impazzito. Gli arti anteriori, tutt’uno, interferivano con quelli posteriori. Gli zoccoli si toccavano. Rain Lover pareva non sfiorare il suolo, illusione ottica che indicava quanto fosse veloce. Che avrebbe vinto. Muoveva il muso per cercare uno spazio nell’aria, poterlo bucare e galoppare nel vuoto.

Spettacolo unico. Raccontarlo produceva affanno, emozioni che toglievano il respiro, che spegnevano le parole nella gola. Rain Lover indifferente allo scudiscio del fantino, inseguiva un movimento suo interno che lo induceva a gareggiare con se stesso.

 Al suo passaggio, cavalli e fantini cadevano, altri si aggrovigliavano fra di loro e tentavano la rimonta. La gente urlava, applaudiva, bestemmiava. Delirava.  Fu la corsa più pazza, più caotica, più forsennata, a cui abbia mai assistito.

 Rain Lover vinse. Superò in velocità il leggendario Archer, lo storico purosangue che si era aggiudicato la Melbourne Cup del 1861.

 Che esperienza senza uguali. Una esperienza umana che si contrapponeva alla forza della natura. Per una manciata di minuti, la sua potenza si palesava in un destriero che voleva volare, battere la velocità del vento.

Imputavo a Rain Lover, a quella incredibile corsa, l’aver riportato a fior di pelle i brividi di paura e di piacere che si erano sollazzati nella mia schiena la notte che ero partito per l’Australia.  Rain Lover accese la passione per i cavalli, le corse, il gioco d’azzardo che divenne ossessione pura.

di Antonietta Toso

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