
Mi chiamo Amos, e lo scorso giugno ho finito 100 primavere. Chi l’avrebbe mai detto che sarei arrivato così in là con gli anni, certamente non quando ero ragazzo e vivevo felice con la mia famiglia in una casa vicino alla ferrovia. Con il mio fratello gemello Atos -eh! Sì, eravamo Amos e Atos- ricordo che ci divertivamo a guardare i treni che passavano. Non erano i treni di adesso, che quando passano non li vedi neppure, ma quelli lenti con la locomotiva a carbone e il macchinista che quando ci vedeva a sedere sulla staccionata si sporgeva per salutarci.
Eravamo diversi io e mio fratello, anche se gemelli eravamo come il giorno e la notte, io ero chiamato “al biondein” e lui “al murein”, il biondo e il moro, ed anche di carattere eravamo diversi, io più riflessivo, lui sempre pronto a buttarsi in tutte le avventure. È stata per la sua curiosità che un giorno d’estate del ’35 -1935- mentre andavamo con il tram al fiume in colonia, una di quelle colonie che organizzava il fascio per i giovani Balilla che non potevano permettersi le vacanze, insomma mentre andavamo al fiume, Atos si è sporto troppo dal finestrino.
Io glielo dicevo, stai più dentro, ma lui faceva sempre a modo suo e si sbracciava per salutare i contadini che lavoravano nei campi. Era fatto così Atos, sempre allegro e chiacchierone, sempre pronto a fare caciara con gli amici e con chiunque.
Un camion che portava dei tronchi di legno ad una curva si è avvicinato troppo al tram e bam! ha colpito in pieno Atos. Ho visto per un attimo il suo sguardo stupito, poi il sangue che gli colava da una tempia e il suo corpo che si afflosciava, metà di qua e metà di là dal finestrino. L’ho chiamato, ma non mi ha più risposto, non è più corso con me a vedere i treni, e su di me è calato il silenzio.
Eh… si ho continuato a vivere, sono arrivato a 100 anni, ma forse avrei preferito vivere meno ma insieme a lui, diventare adulti insieme. Non racconto volentieri questa storia perché ancora adesso quando vado a dormire vedo la faccia di mio fratello che mi sorride e penso che sarebbe ora che io lo raggiungessi. Mia nipote Ada, la figlia di mio fratello maggiore che si chiamava Adler, a volte mi chiede di raccontarle di quando ero giovane e c’era ancora Atos e mia mamma, sua nonna, e anche mio padre, suo nonno, che non ha retto al dolore e se ne è andato poco dopo l’incidente.
Io non ho avuto figli, non li ho voluti, non so perché, forse perché avevo paura di vedermi di nuovo davanti un piccolo Atos da crescere. E così adesso ho solo mia nipote, ma le voglio bene come a una figlia, ci sentiamo ogni tanto per telefono. Ho avuto la Covid 19 e non è successo niente, forse tutta la forza e la voglia di vivere me l’ha trasmessa la mia metà perduta anche se ora, la voglia di vivere, è sempre meno.
Parenti? Siamo rimasti in due, anche se ancora per poco, credo.
di Ada Ascari

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