Zia Francesca per i suoi nipoti una mamma aggiuntiva.
Durante le lunghe vacanze estive o natalizie i bambini soggiornavano da lei che il accompagnava a fare giri sulla giostra del lungomare e subito dopo consentiva loro anche di sparare i tappi di sughero nei gazebo collocati sul lato della giostra, dove si vincevano premi che andavano da una confezione di wafer ad un pupazzo di peluche secondo il numero dei bersagli colpiti. Oppure, nel pomeriggio, dopo il consueto riposino, li caricava sulla sua automobile, una vissuta seicento Fiat, sul sedile posteriore e li accompagnava al Rione Casale, al parco giochi, un luogo stupendo dove trascorrevano i pomeriggi della loro estate fra scivoli, altalene, pinocchi e fate turchine un po’ arrugginiti e stinti dal tempo. Quando, finite le scuole, i soggiorni erano più lunghi Bianca si avvinghiava a sua zia Francesca, la “buona” della famiglia, che per loro cantava stornelli e canzoncine suonando la fisarmonica o il pianoforte con un entusiasmo e una gioia che attenuava il dispiacere per il distacco dai genitori e, a volte, anche dai suoi fratelli.
La nonna Rosa, madre di Francesca e Mariuccia, era rimasta vedova molto presto con a “carico” quattro figli, di cui il più piccolo, alla morte del padre, aveva cinque anni.
Il marito le aveva lasciato in eredità un cospicuo patrimonio familiare ed una azienda vinicola.
Le responsabilità avevano molto indurito, almeno nei ricordi di Bianca, il carattere di sua nonna .
Era una donna forte, punto di riferimento per tutti, dotata di una personalità che ne faceva il centro delle relazioni familiari.
Tra i gesti affettuosi che Bianca ricordava di lei c’era la preparazione dell’uovo a zabaione al mattino.
Sbatteva i tuorli d’uova e lo zucchero seduta con la schiena ricurva in avanti per agitarli meglio.
All’epoca la carne non si comprava già trita dal macellaio ma si preparava direttamente in casa con un apposito piccolo e robusto macchinario di alluminio dentro il quale i pezzettini di manzo venivano tritati dalla nonna. Poteva così preparare le polpette fritte e al sugo che erano la sua specialità.
Il braccio destro della nonna era Zia Uccia, una sua cugina che in adolescenza aveva deciso di andare a vivere con lei perché si volevano bene e per darle una mano a curare i quattro figli.
Zia Uccia, che era rimasta zitella, si svegliava alle cinque del mattino per preparare il pane e le orecchiette fatte in casa e fino all’ora di pranzo la nonna e lei lavoravano indefesse in cucina.
Pur avendo escluso a priori l’eventualità di un matrimonio nella sua vita, zia Uccia aveva un corredo preziosissimo fatto di lenzuola, di tovaglie, fazzolettini e camicie da notte ricamati.
Era una professionista dello stirare, riusciva a riportare a nuovo qualunque capo passasse sotto il suo minuscolo ferro da stiro all’epoca senza vapore, e perfino i fazzoletti, che trattava con l’amido, tornavano come se fossero appena usciti da un negozio di ricamo.
La nonna soleva tutte le mattine, sempre con l’aiuto di zia Uccia, pulirsi il collo con l’alcool. Il bagno in vasca era un rito che si svolgeva solo una volta alla settimana dato che l’acqua, che veniva riscaldata in una pentola sul fuoco, era un bene prezioso.
La giornata iniziava con il sorgere del sole quando zia Uccia componeva con i capelli della nonna, forse mai tagliati secondo l’uso delle donne dell’epoca, una treccia che le avvolgeva sul capo per formare il cosiddetto “tuppo”, uno chignon ante litteram.

Questo momento aveva una sua sacralità, la nonna indossava una mantella di tulle rosa spento, orlata di trine, e il rito avveniva in una piccola stanza di passaggio denominata ” toeletta”.
Per Natale e Pasqua la famiglia si riuniva al completo, fino ai consuoceri, agli amici o parenti che vivevano in solitudine, legami in cui almeno per un giorno la solidarietà prendeva il sopravvento sui singoli vissuti quotidiani.
di Maria Pia Perrino

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