Da piccolo non sapevo cosa volesse dire “parente”. Al paese eravamo tutti parenti, in un modo o nell’altro, i ragazzi si sposavano nel paese e non c’era famiglia che non avesse legami con tutte le altre: era normale essere parenti, lo eravamo tutti.
Allora, l’unico legame con la città era il furgone di Biagio che il martedì e il giovedì riforniva il bar e l’emporio. Il maestro Luigi impartiva lezioni a tutti i ragazzi, quel tanto che serviva, il resto lo imparavamo dai vecchi. La sera al bar si ripetevano sempre le stesse chiacchiere, si potevano prevedere anche gli scherzi ma tutto era in famiglia e andava bene così.
Un giorno Biagio scaricò una televisione per il bar. Quella sera tutto il paese era lì e la luce tremula che usciva da quella scatola riuscì ad incantarci tutti: accadevano più cose lì dentro in dieci minuti che in un anno nel paese. Per alcuni giorni non si parlò d’altro. Fu allora che Maria, la più anziana del paese, consigliò di vietare la televisione almeno ai giovani e limitarla per tutti. Maria godeva di tanto rispetto che nessuno osò contraddirla ma noi ragazzi, di nascosto, la sera salivamo sul muretto vicino al bar e da una finestra spiavamo le immagini tremule e azzurrine – d’estate, con le finestre aperte, sentivamo anche le voci – e ci emozionavamo per i film che ti facevano sognare anche le cose che non conoscevi e quanto erano belle le ballerine, le attrici, mentre le nostre ragazze avevano tutte lo stesso sguardo triste e le sopracciglia folte, come me del resto, come mamma e papà: tutti ci somigliavamo.
Un giorno io e Vincenzo, mio cugino da parte di padre e nipote da parte di madre, decidemmo di cambiare vita e andarcene in città; avremmo lavorato fino a comprarci uno di quei bolidi scintillanti e avremmo sposato una ballerina, sicuro! Vincenzo però, proprio sul confine del paese, non se la sentì e così proseguii da solo, con tutte le paure e i sogni intatti.
Trovai subito lavoro in un cantiere, in città è tutto facile: stavano costruendo un palazzo alto come una montagna. Io non avevo paura dell’altezza e avevo braccia instancabili così mi presero subito, senza neanche sapere chi fossi o raccontarmi di loro; non interessava a nessuno, era strano che in città si potesse lavorare fianco a fianco di perfetti sconosciuti.
Il mio compito era portare sulle impalcature cemento e mattoni per tutta la giornata, non era difficile. Il terzo giorno che facevo quel lavoro, però la fatica sulle gambe divenne dolore e, proprio tra un asse e un’altra, la mia maledetta gamba cedette facendomi precipitare giù su un mucchio di cemento alcuni metri sotto. Non pensate che un mucchio di cemento in polvere sia soffice: è quasi come un muro, tuttavia non sentii subito molto dolore, solo dopo, con più attenzione, mi accorsi che non provavo proprio niente; era come se arrivassi fino alla vita, sotto non c’ero più io.
Mi pagarono i tre giorni e Biagio mi riportò su al paese.
Subito tutti si dettero da fare, anche chi era stanco o aveva impegni, smussarono gli scalini, allargarono ogni passaggio e due giorni dopo Biagio scaricò dal furgone una sedia a rotelle nuova fiammante. Mi fecero festa, mi sentivo di nuovo a casa tra tutti quegli occhi tristi che ora mi sorridevano affettuosi sotto le loro sopracciglia folte. Misero delle bandierine alle ruote della sedia e, a vederla così, era quasi bella come i bolidi di città. Dei parenti so questo e altro non saprei raccontarvi.
Iniziai da allora a impagliare i cappelli che Biagio porta sempre a un negozio in città. Io non ci sono più tornato, la cosa della città che mi piaceva di più erano le strade illuminate di notte, quella che mi piaceva di meno è che nessuno si conosce davvero.
Oggi ho la televisione anch’io: mi concilia il sonno. Dormendo, capita qualche volta di sognare di andare in città, con Vincenzo, e di sposare una ballerina.

di Francesco Fattorini

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