Come siamo sciocchi da giovani, pensiamo che ogni cosa duri in eterno, che per ogni errore ci sia rimedio, che si possa sempre tornare indietro. Il tempo invece passa e si porta via tutto, e solo dopo capiamo che quella parola, quello scatto che tanto ci sembrava giusto, quel rifiuto di scendere dal pulpito del giudizio, sono stati trancianti, e niente sarà più come prima.
Ma ancora non gli daremo peso, non correremo ai ripari, e resteremo in attesa che quel che era stato torni, rivivremo i momenti belli e brutti, aggiusteremo di continuo nella testa le parole che diremo, ci immagineremo i sorrisi e le battute, mentre metteremo una pietra sopra allo screzio. E questo per giorni, settimane, mesi.
Anni.
Trascorsi a crogiolarsi nelle buone intenzioni.
Finché un giorno ci accorgeremo che è stato tutto un sogno, un’illusione, che le persone le abbiamo perse davvero. Che non ci sarà mai più un accomodamento, che siamo stati dimenticati, che gli altri hanno cambiato strada ormai da tempo, vivendo felici la loro vita senza di noi, ignari del nostro subbuglio mentale.
Queste sono le riflessioni cui si abbandona Carla, in piedi davanti alla cugina Renata che tira su con il naso, il capo chino sul feretro della madre Anna, giunta al capolinea dopo una lunga malattia.
Sottecchi, sbircia gli altri parenti, riunitisi per dare l’estremo saluto alla congiunta, volti cupi con labbra tremule, che biascicano sottovoce chissà quali preghiere. Alcuni si scambiano sommesse considerazioni sugli ultimi decorsi medici della poveretta, altri ancora esorcizzano la morte parlando del più e del meno, come fossero al bar a far colazione.
Un brusio di sottofondo, come la sala d’aspetto di un dottore.
Quant’è che non mettevo piede in questa casa? Quanto tempo è passato da quando babbo ha litigato con lo zio?
Decenni, lo sa benissimo. E cosa ha fatto lei per ricucire lo strappo con i parenti? Poco o niente. Solo un timido tentativo di riavvicinamento con la cugina in gioventù, subito abbandonato, appena assodato che l’alchimia che le rendeva inseparabili un tempo, non esisteva più.
Dopo “il fattaccio” gli incontri si erano limitati a sposalizi e funerali, raramente a battesimi, cresime e comunioni.
Dopo la morte dei suoi, il compito di rappresentanza era stato ereditato da Carla, che si ritrovava a guardare incuriosita gli sconosciuti ragazzini che di tanto intanto facevano irriverenti incursioni nella camera ardente. Mi sono persa un bel pezzo di famiglia, mi sa. E tutto per colpa di un puntiglio.
Si chiede adesso, se tutto quello che ha sempre sentito raccontare dai genitori, da quando era una bimbetta, fosse vero. Se i suoi zii fossero davvero falsi e ladri e i cugini solo una manica di incapaci opportunisti.
Fatto sta che di punto in bianco la porta le era stata chiusa in faccia, e lei era rimasta senza Renata, la sua amica del cuore. Dopo i pianti era subentrato il rancore, era l’altra la più grande, perché non l’aveva più cercata? E per consolarsi aveva preferito credere alle malignità dei suoi.
Adesso li guarda, uno ad uno, non sono dei mostri, solo esseri umani scossi per aver perso una persona cara. E le sono mancati tanto, anche la zia. La rivede sorridente, seduta alla macchina da cucire avvolta dalla luce abbagliante di un pomeriggio di sole. Sorrideva sempre, e anche adesso che si trova distesa nella bara, sembra che gli angoli della bocca siano piegati in su, quasi a voler esortare chi è rimasto a prendersela poco delle cose e a godersi la vita.
È un po’ che Carla se ne sta li immobile, si sente a disagio, estranea ed è divisa tra il dovere di rimanere il minimo sindacale, e darsela a gambe.
Sbircia l’orologio e d’un tratto alza la testa e inquadra la cugina. «Di nuovo condoglianze.» Si fa poi il segno della croce, e rivolge a tutti un generico sorriso di commiato, avviandosi solitaria alla porta, mentre il parentado annuisce e borbotta un saluto smozzicato.

di Laura Gronchi

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