WEN – PASSIONE – L’inverno si trasforma sempre in primavera – Gabriella Zonno

Premessa: ogni riferimento a fatti o persone, è puramente casuale

Driiiin. Era finita l’ennesima giornata di scuola. “Finalmente “, pensò Carlo. Stefano ed alcuni compagni di classe chiesero a Carlo se volesse andare a mangiare un panino con loro. «Ragazzi, oggi non posso. Ho gli allenamenti». «Scusa, e dove sarebbe il borsone?», gli domandò con malizia Caterina. «Mi vengono a prendere. Il borsone è in macchina». «Ahhhh…», fece Caterina poco convinta. All’uscita di scuola, i ragazzi si dispersero. Soltanto Carlo si fermò davanti al cancello. La macchina di suo padre non si vedeva. “Come mai sta tardando? Oggi no, proprio no!”. Trascorsero un paio di minuti, e il cellulare iniziò a vibrare. Era un sms del padre, che gli chiedeva di aspettare perché c’era traffico. “Ti pareva! Proprio oggi che c’è l’ultimo allenamento! Cavolo! La gara è domenica e io ancora non ho raggiunto il tempo minimo richiesto per accedere alle selezioni”. Carlo iniziò a passeggiare nervosamente sul marciapiede, cercando con lo sguardo l’auto di suo padre. Il cellulare vibrò di nuovo. Stavolta era Giovanni, un compagno di squadra. «Allora! Dove sei finito? Guarda che noi siamo già nello spogliatoio.». “Ufff…lo sapevo! È tardi”. Frettolosamente prese il cellulare per telefonare a suo padre, ma proprio in quel momento sentì strombazzare un’auto. Si girò di scatto e vide finalmente il SUV di suo padre. “Ciao! Allora hai visto, che sono arrivato?”. Carlo era troppo nervoso per rispondere. Gli avrebbe voluto dire: “Guarda che se partivi cinque minuti prima, non moriva nessuno e, soprattutto, io non  dovrò subire una bella romanzina da parte del Mister” … Invece, bofonchiò qualcosa di incomprensibile. Suo padre lo guardò accigliato. Fecero il tragitto in silenzio. Arrivati alla Costoli, Carlo si precipitò fuori senza salutare. Suo padre provò a dirgli almeno un ciao, ma il figlio era già sparito. “Meglio così! Ma guarda te, se io devo perdere tempo con un ragazzetto. Certo però che fatica essere genitore. Sarà anche bello avere figli, però…”.

«Muoviti! Muoviti! Sei in ritardo di almeno dieci minuti! Se inizi così, le qualificazioni per le regionali te le scordi!». “Ecco! Lo sapevo. Vabbè, lasciamo perdere”. Tra l’arrabbiato e l’offeso, Carlo si tuffò e iniziò ad allenarsi. Dopo le prime cinque vasche, si sentiva già carico per forzare il ritmo, ma il Mister gli consigliò di aspettare qualche minuto. Carlo fece ancora cinque vasche a ritmo lento e costante, fino a quando improvvisamente il Mister non usò il fischietto. A quel punto, Carlo iniziò ad accelerare. Intanto nelle altre corsie, i compagni di squadra eseguivano lo stile libero cercando di controllare ogni minimo movimento.

 Un respiro, una bracciata. Un respiro, una bracciata. Nuotare è molto simile a guidare una Ferrari.  Bisogna avere il pieno controllo, di ogni minimo movimento. Sbagliare o tardare un gesto, può significare perdere secondi preziosi. Su questo Carlo era imbattibile. Più che nuotare, volava. Il suo corpo sfiorava appena la superficie dell’acqua.

A fine serata, il Mister comunicò i tempi. Gli unici qualificati per la gara regionale erano Carlo e Giovanni. Gli altri erano fuori tempo. Vincere le regionali, significava andare a Roma per le nazionali.

I ragazzi tornarono a casa sconsolati. Carlo e Giovanni invece si dovettero fermare negli spogliatoi. Il Mister doveva dirgli come proseguire gli allenamenti. Carlo e Giovanni erano visibilmente emozionati. Sapevano, infatti, che le gare regionali erano una prova importante, se volevano diventare dei professionisti. «Allora ragazzi! Finora abbiamo scherzato, ma da ora in poi si fa sul serio. Non so che impegni avete a scuola, ma sappiate che da domani fino a sabato dovete pensare solo alla gara. Se avete compiti o verifiche, mi dispiace ma le dovrete rimandare. La sera a letto presto e, soprattutto, niente distrazioni!». I due ragazzi si guardarono sorridendo. L’idea di non dover studiare li rendeva felici, ma pensare che si sarebbero dovuti concentrare soltanto sulla gara, non era meno stressante di una verifica o di un’interrogazione.  Il Mister si accorse dai loro sguardi, che c’era qualcosa che non andava. «Ragazzi, ci sono dubbi? Se non ve la sentite, potete anche saltare la gara. Non è un problema».  I ragazzi con sguardo allarmato risposero in coro: «Mister, ci mancherebbe! Non c’è niente che non va». «Meglio così, perché io non ho tempo da perdere! Ci vediamo domani alle 15». «Ok, Mister!» rispose Carlo. «E mi raccomando. La puntualità! La puntualità! Domenica mica aspetteranno noi per iniziare la gara.  È Chiaro?», «Certo Mister! Non si preoccupi». Il Mister lo guardò poco convinto.

I giorni successivi Carlo e Giovanni si allenarono duramente mattina e pomeriggio.

La gara regionale fu vinta da Carlo con una certa facilità. Non era nemmeno troppo stanco, il che significava che l’allenamento era stato gestito bene. Il Mister e i due ragazzi andarono a festeggiare in una trattoria sulle colline di Fiesole.

Dopo tre mesi dalla gara regionale, arrivò la convocazione per partecipare alle selezioni dei campionati nazionali a Roma. Il Mister comunicò sorridendo la notizia ai due ragazzi che intanto avevano ripreso ad allenarsi. «Ragazzi, sto pensando di portarvi ad allenarvi a Gallarate». «A Gallarate?», chiese stupito Carlo. «Non so nemmeno dove si trova? Dove si trova, Mister?». Il Mister gli rispose che a Gallarate c’era una piscina dove si allenavano molti atleti. «E’ un bellissimo impianto, dove si allenano diversi atleti nazionali. C’è un’acqua molto “leggera”. L’impianto è circondato da un bellissimo parco. Morale: sembra di essere in alta montagna. È l’ideale per allenarsi». I ragazzi guardarono il Mister, poco convinti. Si fidavano, però, ciecamente della sua esperienza. In realtà, il Mister li avrebbe potuti portare anche in capo al mondo e loro lo avrebbero seguito senza fiatare.

Partirono un paio di giorni dopo. Stettero una settimana a Gallarate. Poi, tornarono a Firenze. Arrivò il giorno delle qualificazioni nazionali a Roma. Le cose però non andarono come sperato. L’unica cosa buona di quei giorni, era l’inizio delle vacanze. Anche la scuola era finita, finalmente!

A settembre, Carlo e Giovanni ripresero la scuola. Nonostante i voti appena sufficienti, erano riusciti a passate in quarta.

Tutto procedeva come al solito, se non che un giorno, già a scuola iniziata Carlo avvertì un mal di testa fortissimo. Era alla Costoli per gli allenamenti, ma stava talmente male, che dovette chiamare casa per farsi venire a prendere. Lì per lì, i genitori di Carlo non dettero peso alla casa. Il mal di testa però non scomparve. Non solo, ma Carlo iniziò ad accusare problemi di vista. Sul momento, tutti pensarono che stesse scherzando. Una scusa per non studiare. Esasperato, un giorno Carlo chiese alla madre di fissare una visita oculistica. La madre, non molto convinta ma molto affezionata al figlio minore, prenotò una visita dal miglior oculista di Firenze. Dai controlli effettuati, emerse che Carlo non stava raccontando bugie. C’era qualcosa di molto serio che non stava funzionando. Il Dottor Bianchini comunicò a Carlo e a sua madre i controlli da effettuare. «Dottore, ma cosa sta succedendo a mio figlio? Cosa c’è che non va? È sempre stato bene. Non ha mai avuto problemi. Al Coni, poi, gli fanno tutti i controlli». «Tutti i controlli, eccetto quelli relativi alla vista», disse sommessamente il dottor Bianchini. La signora Giulia ebbe un attimo di apnea. Le si fermò improvvisamente il respiro. Furono secondi. Divenne bianca come un cadavere.  Non ci poteva credere!  Carlo le prese la mano, dicendole: «Dai mamma!  In qualche modo faremo. Stai tranquilla. Io sono fortissimo». Detto ciò, scoppiò a piangere. Il Dottor Bianchini, rimase in silenzio per rispettare quel momento. Carlo e sua madre uscirono in silenzio dallo studio medico. Non riuscivano a proferire parola. A casa, la sera Giorgio e il padre chiesero alla signora Giulia come fosse andata la visita medica. La madre di Carlo farfugliava delle parole talmente piano, che Giorgio fu costretto a chiedere a suo fratello cosa avesse detto l’oculista. «Devo fare dei controlli. Il Dottor Bianchini sospetta si possa trattare della malattia di Best». «Malattia di cosa?», chiese, incredulo e poco convinto Giorgio. «Malattia di Best! Sei sordo?», replicò Carlo, che corse in camera piangendo. Per alcuni giorni, Carlo rimase a casa. Non aveva voglia di fare niente. Sembrava un vegetale. Suo padre una mattina bussò alla porta; non sentendo risposta fu costretto a minacciare di buttarla giù, se il figlio non avesse aperto. Entrato in camera del figlio si sedette sul suo letto. Prima lo abbracciò in silenzio, anche se Tiziano non era molto bravo nell’esprimere il suo affetto. D’altronde, queste robe sono cose da donna. Tiziano era il classico uomo orso. Non era cattivo, ma era molto introverso. Era cresciuto con la convinzione che l’affetto si deve dimostrare con i fatti, più che con le parole. Quel giorno però, si rese conto che il suo cucciolo aveva bisogno della sua forza. Doveva stargli vicino, perché la vita di Carlo non sarebbe stata più la stessa. Carlo si affidò all’abbraccio del padre, e si sentì piccolo piccolo.  Quasi tremava. Padre e figlio non si scambiarono molte parole, ma tornarono in salotto insieme, fianco a fianco. Carlo riuscì anche a sorridere, perché intuì che suo padre lo avrebbe sostenuto e guidato, proprio come quando da piccolo lo teneva per mano. Giulia, nel vedere quella vicinanza tra padre e figlio riuscì a tranquillarsi leggermente. Il giorno dopo, Carlo tornò a scuola. Sul momento però non volle dire ancora niente né ai compagni né tantomeno ai suoi professori. Pochi giorni più tardi, arrivò la temuta conferma. Dalle analisi svolte, si trattava della malattia di Best. Carlo ebbe un altro momento di scoramento. I genitori decisero di portare lui e il fratello a mangiare al ristorante. Poi, trascorsero tutto il pomeriggio a girellare per il centro. Fecero shopping. Un paio di giorni dopo, la signora Giulia chiese un appuntamento alla coordinatrice della classe comunicando il problema del figlio e portando il certificato medico. Ovviamente, la scuola si attivò immediatamente per fornire a Carlo tutto il supporto tecnico al ragazzo. Compagni e professori si attivarono per stare vicino a Carlo, anche se era assai difficile poter far capire a Carlo che poteva contare sull’affetto di compagni, ma anche dei professori. In questo Carlo era uguale a suo padre. Non era un ragazzo oppositivo, ma era semplicemente molto introverso. E anche se ovviamente gli insegnanti gli chiedevano spesso se andava tutto bene, Carlo rispondeva che non c’era problema anche quando non era realmente così.

L’oculista aveva raccomandato al ragazzo di portare gli occhiali, ma Carlo era troppo orgoglioso. Per almeno un mese, evitò gli occhiali come la peste, non rendendosi conto che così facendo la sua situazione sarebbe potuta soltanto peggiorare.

Tuttavia, avendo frequentato la scuola sin dalla prima superiore, il ragazzo non aveva problemi ad orientarsi. La classe fu trasferita al piano terreno e questo facilitò gli eventuali spostamenti di Carlo. A casa, su suggerimento dell’Unione Italiana Ciechi furono portati dei sussidi. Strano ma vero il ragazzo, fu promosso anche se con una media a malapena sufficiente. Tutti gli avevano sconsigliato di proseguire il nuoto, ma Carlo non ne volle sapere. Forse a ragione, dal momento che Carlo poi è riuscito a diventare campione europeo di nuoto.

di Gabriella Zonno

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