WEN – PASSIONE – Sale sulle narici – Antonietta Toso

                Il lunedì di Pasqua, appena sveglio, ripensavo alla giornata di ieri. La vedevo scorrere sul soffitto: fantini, cavalli, teste colorate. Sentivo la voce febbricitante del caller, rividi lo sguardo di The Cent incontrare il mio. Mi sfuggì un movimento brusco. Emy aprì gli occhi. «Va tutto bene?» Mi voltai verso di lei con il desiderio di fare l’amore ma mi allontanò. Suscitò la reazione opposta. «Vado alle corse di  Stawell. Voglio rifarmi delle perdite.» 

          «Perché, quanto hai perso?»

          «Non ne ho idea.»

          «Come saprai quando fermarti?»

          Non aveva torto. Perché allora volevo percorrere cinquecento chilometri per andare a Stawell? Da che cosa volevo scappare? Da mia moglie? Dal mio lavoro?

                «Papà, posso andare a cavallo con gli amici?» Mia figlia s’introdusse in quei pensieri.

                «Hai chiesto a mamma?»

                 La risposta arrivò da Emy, chiara come il sole. «Forse dovresti stare un po’ di più con tua figlia.»

                «Dove siete diretti?»

                «Vai con lei e lo saprai. Conoscerai chi frequenta.»

                Lucy, incoraggiata dalla madre, ripeteva: «Per favore,papà, vieni con me.»

                «Va bene, ma dobbiamo rientrare per l’ora del pranzo. Non dimenticare che devo essere al lavoro non più tardi delle cinque.»

                Al maneggio una ragazzina si staccò dal gruppo che aspettava i cavalli sellati, andò da mia figlia. «Sei con papà oggi, fantastico.» Lucy le rispose con il sorriso negli occhi. Aprì le spalle, alzò la testa con orgoglio.

                    Le fu consegnato un cavallo australiano, un galloway  non più alto di 150 cm. Si chiamava Toby. Scalpitava per la frenesia di voler darsi al galoppo, forse un po’ troppo irrequieto per una bimba di otto anni, ma Lucy gli parlava sicura, canticchiava, lo accarezzava, pareva conoscerlo.

                In dovere di tenerla d’occhio, montai in sella pure io.

                Tentai un galoppo circospetto. Toby iniziò ad accelerare per braccare i compagni che attraversavano la pianura come fossero privi di briglie.  

                «Aspetta Lucy. Non correre in quel modo. Rallenta. Tira le redini verso di te. Accorciale. Attorcigliale alle mani, stai attenta, non inclinare la schiena indietro» gridavo ma Lucy era ormai lontana.

                Nella pianura, ora deserta, echeggiavano gli scalpitii del mio cavallo, gli sbuffi per comunicare ai simili la propria posizione. Cercavo con lo sguardo un indizio di vita umana quando si mise a roteare su stesso. Mi issai alto sul suo muso. Aggrappato alla criniera gli affidai l’anima. Avevo il mondo che mi girava attorno mentre gli alberi mettevano le radici nel cielo. Il cavallo prese la rincorsa e si diresse verso il branco. Rallentò solo quando lo raggiunse. Ne approfittai per raccogliere le redini. Mia figlia si girò, forse si chiedeva dove fossi, quindi riprese a cavalcare. Era l’immagine più bella di lei che avessi mai visto. Capelli al vento era la gioia in persona, la felicità che spillava da ogni movimento. Lucy era l’inno al creato, l’emblema del carattere avventuroso, selvaggio della Terra Australia. L’esplosione di libertà, di amore per l’essenza della vita che forse  solo il popolo australiano conosce davvero. Non c’era niente in lei che me la ricordasse bambina, la mia bambina.

                I cavalli ripresero a correre all’impazzata. Guardavo lontano. Ero dimentico di tutto, perfino del mio corpo. Con lo spirito attraversavo l’universo, m’inebriavo del respiro, dell’odore della libertà autentica. Arrivò il vento a scompigliarmi i capelli, a ferire gli occhi, a graffiare le labbra, a spargere sale sulle narici fino a farle sbruffare. I cavalli si diressero verso un torrente che vedevo in lontananza. Temevo di  finirci dentro, di perdere le redini, di non riuscire più a rimanere in sella.

                Timori e resistenze scomparvero ai riverberi del sole nell’acqua, nelle increspature e negli anfratti, negli spruzzi di fango che avevo sugli occhi. Scomparvero nel destriero che continuò a sciabordare.

                Raggiunta la sponda, proseguii verso nuovi spazi.

 di Antonietta Toso

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