WEN – PASSIONE -Monologo della Passione- Chiara Sardelli

Non so cosa mi sta succedendo, mi sento come se avessi indossato dei panni che non sono i miei. Sarà la stanchezza. Sono stato tra i primi miliziani a seguire le vicende dell’arresto di questi, detto il Nazareno. Quando ci è stato consegnato per la crocefissione io sono stato tra quelli che gli hanno cinto la testa con la corona di spine.

 Nessun rincrescimento mi ha preso durante la salita verso il Golgota, ché anzi mi sono dilettato. I lazzi dei miei compagni erano continui, allegri e chiassosi e io mi univo, piacendomi passare il tempo senza pensare troppo a quello che stavamo facendo. Ci strattonavamo l’un l’altro, detti licenziosi, anche, affioravano sulle nostre labbra. Qualcuno, sorpreso dal silenzioso contegno del condannato, osava rivolgergli la parola con irrispettosi epiteti. «Mentula, hanno detto bene, altro che re dei Giudei» a mezza voce tra i denti scandiva così Ascanio, il mio compagno di avventure; insieme a me tra i più giovani in quella schiera di miliziani. Non eravamo nuovi a questa esperienza, avendo scortato più di un condannato alla pena capitale. Le nostre menti erano sgombre, i nostri corpi leggeri: avevamo obbligato un certo Simone di Cirene a trasportare la croce. Quando si trattò di spogliare il nostro, addirittura tirammo fuori i dadi. La tunica, priva di cuciture, ci tentava e decidemmo di affidare alla sorte a chi sarebbe toccata. La sorte decise per me. Forse fu proprio questo particolare a concorrere al mio disagio. Mi ritrovai tra le mani l’indumento, lo tastavo, sotto i polpastrelli scorreva la stoffa ruvida, un pensiero estraneo mi pungolava. Una voce che stentavo a riconoscere per mia mi suggeriva: «Guardalo in faccia, sarai chiamato, sei uno di loro». Sgomento e incredulo alzavo la testa a incontrare gli occhi dell’Uomo. Un attimo, un solo attimo, troppo fugace, perché la cortina dell’indifferenza si alzasse definitivamente. Persistente invece mi colse l’incertezza per la quale, con il senno del poi, avrei espresso un moto di gratitudine. La mia titubanza spinse altri ad adempiere all’odioso compito di inchiodare i polsi allargando le braccia sul patibulum.

Il tempo seguiva impietoso scandendo i propri ritmi. Dentro di me si creava un vuoto come se le cose cui avevo dato importanza fino ad allora scivolassero in secondo piano. Non mi colpì la folla di tanti, forse curiosi, forse in cerca di risposta, ma quando scorgevo qualcuno che volgeva il passo indietro e si batteva il petto, le parole di Lui mi risuonavano e mi scuotevano:«Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.»

Non mi vinsero i prodigi naturali, il buio che in pieno giorno si fece sempre più fitto avvolgendo tutto intorno a noi. Piuttosto la visione della dolorosa Mater inginocchiata ai suoi piedi. Avrei voluto colmare la distanza che ci separava, offrire il mio corpo, certo indegno sostituto, al suo agognato abbraccio. Le forze mi abbandonarono, le ginocchia si piegarono, il cuore stremato temeva la propria viltà. Sentivo il clamore delle armi che sovrastava gli altri suoni, un frastuono assordante che mi ledeva l’udito e mi riportava la memoria di altri fatti di sangue. Mi sorse spontanea sulle labbra una raccomandazione in forma di prece, non so rivolta a quale divinità. Di una cosa in ogni caso fui certo. Nel mistero di quei momenti mi congiunsi anima e corpo, preparandomi a varcare la soglia del mondo dei morti. Poco mi importava quale delle narrazioni si avverasse, se quella tramandatami dagli avi, oppure l’altra che avevo udito sulla bocca e nelle parole dell’Uomo. Una sola cosa mi aspettavo pur sentendomi indegno. Che il pietoso sguardo che mi aveva rapito, espresso dal volto stravolto della Mater, si fermasse su di me, scortandomi verso la pace.

di Chiara Sardelli

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