Quell’estate avevo promesso a Letizia, mia figlia di tredici anni, di farle conoscere, a fondo, il mare. Era il premio per essere stata promossa con il massimo dei voti.
In barca a vela, o in motoscafo, avremmo tagliato le onde e, all’isola di Giannutri, con maschera e boccale, giocato con i pesci a pelo d’acqua. Solcato le acque sul toboga, una specie di slitta di legno sagomata come sci trainata da una barca.
Letizia volle iniziare le sue prime imprese marittime su quella specie di zattera.
L’assecondai. Salii sul toboga anche io e, in piedi, guizzavo al suo fianco.
La ragazzina splendeva di gioia per quel mare dalle tinte forti, per il sole infuocato nel cielo trasparente, per i gabbiani che volavano via bassi. Rideva.
«Guarda, mamma» gridava. Spavalda, in piedi, scivolava sull’acqua.
A un tratto non riusciva più a tenersi in equilibrio. Traballava.Continuava a ridere eppure era spaventata.
Si avvicinò al mio toboga e mi afferrò per un braccio. Fu un attimo e riprese il largo.
«Aiuto» gridò. La sentii appena per il rumore dello scafo.
«Che cosa hai?» urlai.
Invece di rispondere mi fissava, quindi osservava le persone sulla barca che gridavano: «Dai, Letizia, sei brava. Non mollare.»
La ragazzina adesso barcollava in modo vistoso. Cadde. Si dimenava fra le onde come se non sapesse nuotare e neppure rimanere a galla.
«Ma stai scherzando? Che cosa combini?» urlavo
Si prende gioco di me. Mi vuol far credere che sta per annegare, lei che ha vinto non so quante competizioni di nuoto.
La barca rallentò bruscamente. Precipitai in acqua pure io.
Cosa sta succedendo?
Non capivo. Con tutta la forza che avevo nelle gambe e braccia nuotai verso la mia bambina. La raggiunsi. Il volto imbruttito dagli occhi sporgenti, le labbra gonfie sparirono fra le onde. Un braccio spuntò dall’acqua e se ne andò fra i flussi.
Oh, no, mio Dio, no. Letizia, tentai di urlare ma qualcuno, qualcosa mi prendeva per la gola. Mi toglieva il respiro. Era la morte che voleva entrambe. Mi liberai con dei severi colpi di tosse e ripresi a respirare. Sollievo e paura giocavano a ping pong sulla tavola della nostra vita che trapassava nell’acqua insieme ai sogni, progetti, speranze.
Il tempo si fermò nello spazio.
Il dolore ai polpacci era insopportabile, alle caviglie, al petto. Tentavo di ascoltare ciò che mi succedeva dentro.
Non riuscii ad afferrare il salvagente che mi piombò addosso e che proseguì verso la scialuppa di salvataggio.
Due uomini si tuffarono dalla barca e rimasero fra le onde attimi terribili.
Ricomparvero legati l’uno all’altro con Letizia supina sulle loro spalle. Agili, come anguille, la consegnarono alla squadra di soccorso che ripartì a sirene spiegate.
Oh, mio Dio.
Cominciai a muovermi nel salvagente che non sapevo di indossare. Pregavo e piangevo. Salii su una scialuppa. Procedeva lenta. Il vento, il sole negli occhi m’impedivano di vedere quella su cui era salita la mia bambina. I medici parlavano fra di loro via radio. «Sta meglio. Ha chiesto della mamma. La portiamo in ospedale per accertamenti.»
L’uomo che era con me nella scialuppa disse: «Signora, sono il dottor Lupi. Sua figlia è stata sorpresa da un crampo intenso e prolungato che non le permetteva di rimanere a galla, quindi ha avuto un attacco di panico. Sta bene.»
E fu, rinascere.

di Antonietta Toso

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