Eccolo che lo aveva visto un’altra volta, sempre alla stessa ora, di notte, quando le luci venivano spente e poco dopo che le voci delle infermiere si erano placate, passava nel corridoio, claudicante senza far rumore. Lei lo vedeva solo per quel minuscolo tragitto cha la porta della sua camera le spalancava. Ma se lo immaginava percorrere tutto il lungo corridoio per poi svoltare a destra e magari coricarsi nella stanzetta, ora ufficio, ma che lei riteneva un tempo essere stata la sua camera. Lina era una donnina minuta, pelle e ossa con due occhietti fini fini come finestre di un convento. Portava bene i suoi 83 anni, li portava meglio prima della caduta che le aveva procurato la rottura del femore, ma era ancora vispa come una ragazza. Suo nipote veniva a trovarla spesso in ospedale e attendeva con impazienza il momento in cui sarebbe potuta tornare a casa dal suo adorato Ugo, gatto spelacchiato tanto quanto amoroso. Lina, una mattina, mentre l’infermiera di turno le portava le medicine, le chiese se in quell’ospedale qualcuno avesse mai visto un fantasma. Se qualche paziente fosse morto magari suicida o se qualcuno avesse sofferto un abbandono o un rifiuto a tornare a casa e fosse morto lì in solitaria tristezza. L’infermiera le disse che non ne sapeva niente, ma la rassicurò che si sarebbe informata, anche se poi se ne dimenticò. Lina no, perché quasi ogni notte vedeva il fantasma zoppicante nei corridoi vuoti, sempre nello stesso momento, e si malediceva di non potersi muovere, perché altrimenti lo avrebbe seguito volentieri. Non ci si era proprio fissata, ma la sua curiosità aumentava di ora in ora. Iniziò a chiedere ai dottori e alle lavoratrici più anziane. Qualcuno le rispondeva di non sapere nulla, qualcun altro faceva spallucce e in due o tre iniziarono a pensare che la povera Lina fosse ormai andata di testa. Così non restava che far finta di niente e magari assecondarla con mugugni, sorrisi e brevi assensi. Fu così che fecero i dottori e che fece suo nipote Pietro. Le settimane passarono e per lei era arrivato il momento di tornare a casa. Lina ne era felice, ma al tempo stesso preoccupata per non aver tempo sufficiente per poter risolvere il suo mistero. Intanto suo nipote Pietro si era informato per una struttura dove poterla portare, viste le sue condizioni di testa non sarebbe certo potuta stare da sola a casa e decise anche di restare con lei quell’ultima notte per tentare di calmarla e farla dormire tranquilla. Così Pietro si sistemò vicino a letto dell’adorata zia che prese sonno quasi subito grazie al sonnifero che quella notte stranamente fece il suo effetto immediato, e si mise a fissare la parete color vaniglia senza chiudere occhio. Quattro stanze più in là, Alice col suo piede fratturato, tirò fuori la sigaretta dal pacchetto nascosto nell’armadietto, scese lentamente, si trascinò nel corridoio silenziosissima e zoppicante e col lenzuolo avvolto per il freddo, puntò verso il terrazzino in fondo al reparto. Fu un attimo. Pietro vide passare il fantasma claudicante davanti alla porta della camera. Restò immobile, inchiodato alla poltrona. Che fare? Seguirlo? Guardò Lina che dormiva tranquilla, le sfiorò teneramente una guancia rugosa. Chiuse gli occhi e pensò a ciò che gli era appena passato davanti. Sospirò e si immaginò Lina l’indomani, serena seduta sulla poltrona di casa sua con lo spelacchiato Ugo tra le braccia.

di Serena Taccagni

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