
Il silenzio era spettrale, nessun suono percepibile; sembrava che mi avessero immerso la testa in una piscina di ovatta. Ombre di uomini con tute mimetiche e caschi neri si agitavano intorno a me. Mi stavano legando a un asse di legno lucido e freddo. Uno di loro aveva degli attrezzi chirurgici e si avvicinava con una sega circolare accesa. Urlai.
Appena l’incubo diventò troppo cruento per essere sopportato, aprii gli occhi e vidi a pochi centimetri dal mio naso un oblò trasparente. Non riuscivo a muovermi, non capivo se fossi legato o se invece qualcuno mi avesse iniettato qualche droga paralizzante. Urlai, ma l’unico risultato fu quello di appannare la piccola finestra che avevo sulla realtà. Ma era la realtà? O si trattava di uno schermo su cui veniva proiettato un fondale? Era troppo inverosimile per essere vero, troppo reale per essere la realtà.
Avevo sempre sofferto di claustrofobia, mi ero spesso immaginato situazioni orribili: bloccato in un pertugio in mezzo a delle rocce, macchine della TAC che si bloccavano e s’incendiavano con me all’interno, da solo al buio in ascensori bloccati per l’eternità… E adesso? Ero chiuso in una bara? Cosa mi era successo?
Da quello che potevo scorgere dalla mia piccola finestra personale però non mi trovavo sottoterra, ma stavo vagando nello spazio profondo. Non che la cosa mi consolasse, pochi millimetri di vetro mi separavano da una morte certa e violenta: tra assenza di aria e temperature intollerabili per un essere umano. Urlai. Nulla, mi rispondeva solo l’eco della mia disperazione.
Riprovai a muovere le braccia, le gambe, ma senza nessun risultato. Riuscivo solo ad aprire e chiudere le palpebre, e respirare. L’aria sapeva di qualche medicinale sconosciuto. Nessun rumore, come nel mio ultimo incubo.
Provai a fare qualche ipotesi: sono in una capsula di sopravvivenza dopo una missione spaziale andata male? Non ricordavo di essere un’astronauta, ma in effetti non ricordavo nulla, quindi tutto era possibile. Mi avevano condannato all’esilio dalla Terra per un crimine inconfessabile? Ero vittima di uno scherzo di cattivo gusto? Era tutta una simulazione per farmi confessare qualche segreto?
Provai il più possibile a essere razionale, almeno quel minimo che lo permetteva la mia ansia crescente; guardai fuori per cercare un senso all’indecifrabile. La visione era sicuramente colma di bellezza, in altri frangenti l’avrei apprezzata molto: stelle fulgide che si alternavano con nubi galattiche fluorescenti, il tutto adagiato su un velluto nero senza fine.
Una bellezza algida, indifferente. Ero un puntino nell’immensità.
Chiusi gli occhi. Era tutto così senza senso. Iniziai a respirare sempre più velocemente. Stava finendo la scorta d’ossigeno? Qualcuno aveva deliberatamente chiuso il “rubinetto”? La capsula in cui ero sigillato stava diminuendo di dimensioni schiacciano il mio petto? Iniziai ad emettere dei rantoli cavernosi. Stavo soffocando. Urlai. Ma come insegnano in tanti film, nessuno ti può sentire urlare nel cosmo profondo.
Quando tutto ormai era chiaramente finito e qualsiasi speranza era diventata vana, iniziai a ridere. All’inizio timidamente, poi sempre più forte, così forte che mi faceva male il petto perché urtava dolorosamente contro il coperchio della “bara”.
Ero arrivato alla conclusione che non poteva essere la bellezza a salvarmi, troppo algida in quel caso, nemmeno il raziocinio poteva combattere il terrore, ma poteva farlo solo una grande e fragorosa risata.
“Una risata vi seppellirà!”, urlai, “ovunque voi siate, chiunque voi siate!”
Cosa mi faceva ridere? Un pensiero unico stava riempendo la mia testa disperata, anzi un motivetto, una canzone dei miei anni passati:
“E guardo il mondo da un oblò
Mi annoio un po’
… E credi solo nelle stelle…”
Le mie risa saturarono la “bara”; finalmente non ero più solo nel silenzio cosmico.
di Adriano Muzzi

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