WEN – PAURA – Nello spazio – Terza Agnoletti

Alicia era la più giovane scienziata di tutta la Terra ed era anche molto bella, ma questo per il lavoro che doveva svolgere non era importante. Si era allenata per andare nello spazio, a studiare animali e piante di un pianetino scoperto da poco, diverso da tutti gli altri, perché c’erano fitte foreste. Per farle raggiungere la base che altri astronauti avevano già costruito, l’avevano messa dentro una piccola capsula, l’avevano lanciata da un’astronave, ma purtroppo era precipitata. Tutti gli strumenti a bordo erano stati distrutti.

Era in una radura sotto i raggi cocenti di un feroce sole alieno, perciò senza neppure riflettere si diresse verso la boscaglia che vedeva in lontananza. Per combattere la paura registrava pensieri e osservazioni nel piccolo registratore della tuta spaziale. Un pensiero angoscioso la tormentava: morirò e non posso sapere se in futuro qualcuno troverà i miei resti. Continuava a parlare per farsi compagnia.

“La foresta è oscura, intricata, selvaggia, una vera giungla. Da un cespuglio sbuca un quadrupede di piccola taglia, mi fa pensare a un cagnolino, ma non gli assomiglia affatto. Ha il pelo azzurro, un muso piatto, quasi un volto, con due occhi di colore celeste, bellissimi. Sembra che mi inviti a seguirlo nel folto. Mi fido, sono costretta a fidarmi. Sbuchiamo su una specie di sentiero, tracciato forse dagli animali che vanno ad abbeverarsi. Sento uno scroscio d’acqua in lontananza. A un tratto il piccolo si volta, mi guarda in modo strano e s’infila fra i cespugli per nascondersi. Entro anch’io carponi, mi sdraio accanto a lui che sta rannicchiato e trema. Sento uno scalpiccio, vedo passare un bestione a strisce bianche e rosse, alto quasi due metri, con due zanne sporgenti. Un carnivoro come non ce ne sono sulla Terra. Alza appena il capo e infilza con una zanna un’altra creatura nascosta fra i rami, la getta sul suolo e l’ingoia, poi prosegue. Il mio amico esce e continua a farmi da guida, fino a un fiume. Strani pesci rosa nuotano avanti e indietro. Hanno musi piatti, quasi umani e code orizzontali a ventaglio. Bevo dell’acqua, anche se non dovrei, perché potrebbe contenere sostanze nocive, ma ho tanta sete! Ho anche fame e sui rami di certi alberi ci sono frutti maturi, però non oso toccarli. La mia piccola guida scava nel suolo umido, estrae certe radici, le lava e me le porge con i denti. Non le accetto. Allora ne mangia una, perché capisca. Avevo capito, però ho paura che mi avvelenino. Ho un sacchetto impermeabile attaccato alla tuta. Prendo dell’acqua da portare con me.

Camminiamo. Se c’è un pericolo, il piccolo mi avverte e ci nascondiamo. Fotografo alberi e animali, forse qualcuno li potrà studiare in seguito.

Dev’essere scesa la notte. Ci sdraiamo su un mucchio di foglie secche. Dormirò perché sono sfinita dalla fame e dalla stanchezza.”

Quando si risvegliò si accorse che il registratore non funzionava più e che l’animaletto amico non c’era. Si sentì perduta. Non ebbe la forza di alzarsi: la paura era una morsa paralizzante. Se doveva morire in quella foresta aliena, lì o altrove era lo stesso. Bevve e chiuse gli occhi. Era torturata dalla fame. Passò molto tempo, forse ore e ore terrestri, ma non aveva strumenti per misurarle e questo aumentava lo smarrimento e la paura. Non era paura di morire, anzi si augurava che succedesse presto, era la mancanza di ogni punto di riferimento e l’assenza di ogni contatto umano. Dubitava di essere precipitata sul pianeta giusto. Forse si era perduta fra le galassie. Quella non era la solitudine che si può sperimentare sulla terra, era una contrazione di tutti i visceri, una lama che frugava dentro il cervello, uno sconvolgimento totale della persona.

Rumori fra i cespugli: ecco il piccolo animale e dietro un essere umano, un astronauta con la tuta color argento, pulita e lucente! Si sentì come la principessa di una favola salvata da un cavaliere coraggioso. E il salvatore doveva essere anche molto bello.

“Dottoressa Alicia, come stai?”

Voleva descrivere la sua esperienza, invece disse:

“Ho fame!”

L’astronauta aveva una scorta di cibo semiliquido. Alicia lo sorbì e si sentì meglio. Una presenza umana: il pianeta era quello giusto! La paura lentamente si scioglieva, senza cancellarsi del tutto.

Il giovane l’aiutò ad alzarsi e la sostenne.

Il piccolo animale restava vicino a loro e sembrava felice. Provò a carezzargli la testolina con le mani protette dai guanti della tuta e quello si strofinò alle sue gambe, mostrando di gradire.

Camminava a fatica, ma volle parlare:

“Ho avuto tanta paura, però mi voglio impegnare perché questo ambiente che abbiamo invaso non venga  contaminato o distrutto. Mi aiuterai a difenderlo?”

Il giovane la strinse forte a sé. Quel gesto era una promessa.

Altri soccorritori li raggiunsero. Alicia fece ciao con la mano al quasi cane, come ormai lo chiamava, e quello mosse la testolina su e giù. Poi si voltò e sparì sotto i cespugli.

Dunque il pianeta poteva essere accogliente. Tuttavia Alicia sentiva che la paura, quel tipo di paura, non l’avrebbe più lasciata, sarebbe rimasta come una cicatrice che in alcune circostanze rinnova il dolore. Doveva cercare di conviverci.

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di Terza Agnoletti

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