WEN – PAURA – Una strana amicizia (3a versione) – Massimo Acciai Baggiani & Donatella Bellucci

La donna guardò la figlia come se la volesse strangolare, quindi, con voce gelida, sibilò: «Tu non frequenterai più quel ragazzo. Senza “se” e senza “ma”. Discorso chiuso.»

«Ma mamma, Luigi è un bravo raga…»

«Basta! Non è la compagnia giusta per te, Dio sarebbe scontento e tu non vuoi dispiacere al Signore tuo Dio, vero?»

La ragazza aveva la faccia rossa e le lacrime che premevano per uscire abbondanti.

«La nostra è un’amicizia innocente e sincera» disse la ragazza, dopo una pausa carica di tensione. «Non credo che Dio avrebbe qualcosa in contrario…»

La donna la fulminò con lo sguardo, quindi andò a prendere un libro dallo scaffale.

«Leggiamo insieme la Bibbia. Ecco qui, Prima lettera ai Corinzi, 15.33. Leggi.» Ordinò mettendo il libro aperto in mano alla figlia con mala grazia.

«Conosco questo versetto, “Non siate sviati. Le cattive compagnie corrompono le utili abitudini”, ma…»

«E leggi anche la lettera agli Efesini 6.1.»

«“Figli, siate ubbidienti ai vostri genitori unitamente al Signore, poiché questo è giusto”. Conosco anche questo, ma ti assicuro che…»

«Hai ancora il coraggio di parlare? Sai bene che quel ragazzo non fa parte della Congregazione.»

«Ma anche lui crede in Dio, e se tu lo conoscessi meglio…»

«Ripeto, non è della Congregazione. Sarà distrutto nella battaglia di Armageddon. Tu rimani sulla retta via.»

La ragazza si alzò e se ne andò sbattendo la porta. Salì in camera sua e si buttò sul letto, dando finalmente sfogo alle sue lacrime. Non era giusto. Non era per nulla giusto. Tra lei e Luigi c’era stato uno scambio puro e innocente, non c’era affatto il peccato che ci vedeva sua madre. Riandò con la memoria al momento in cui lo aveva conosciuto, qualche mese prima. Non aveva detto nulla ai genitori proprio prevedendo una reazione del genere.

Toccava a lei affiancare per la prima volta Elisa nell’ora di predicazione della Bibbia. Almeno un’ora al mese, le era stato detto, come stabilito dal Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova.

Si erano dunque trovate in Piazza della Stazione, dove Elisa aveva già piazzato un espositore vicino alla scalinata che conduceva ai binari. Qualche passante aveva accettato di prendere la loro pubblicazione Torre di Guardia, ma diversi opuscoli appesantivano ancora la borsa a tracolla che avrebbe dovuto riportare indietro. Tutti sembravano avere molta fretta, non avevano tempo per ascoltare la parola di Dio, alla fine degli anni ‘60.

“Sediamoci un attimo, fa caldo oggi” aveva allora proposto all’altra “si sente che è cominciata l’estate.”

Si erano accomodate sulla gradinata dietro di loro bevendo un po’ d’acqua per riprendere fiato, quando un gruppetto di ragazzi si era avvicinato:

«Ma cosa abbiamo qui?» Le avevano circondate, sghignazzando.

«Come, non state predicando? Pentitevi, che Dio vi vede!» Con una spinta avevano rovesciato in terra l’espositore e dopo erano scappati via, ridendo.

«Non abbracciate le tentazioni di Satana!» gli aveva urlato dietro Elisa, e poi, a mezza voce mentre risistemava l’espositore «Idioti…»

Si era abbassata per aiutare Elisa a raccogliere gli opuscoli, quando un ragazzo si era accovacciato insieme a lei, porgendogliene alcuni.

Lo aveva ringraziato, indirizzandogli un sorriso pieno di riconoscenza, poi lui si era alzato ed era sparito tra la folla che riempiva il marciapiede.

Lo aveva rivisto, inaspettatamente, qualche giorno dopo, tornando da scuola. Anche lui era sul suo stesso autobus e l’aveva salutata con un cenno della testa.

Lei aveva ricambiato, voltandosi subito dopo, in preda a una strana contentezza.

Poi, era sceso alla sua fermata, raggiungendola.

«Non ti avevo mai visto prima» gli aveva detto lei, timidamente.

«Sono qui solo da poco, da quando è cominciata l’università. Abito dallo zio. A proposito, io sono Luigi.» Le aveva sorriso, porgendole la mano.

«E io sono Sara» aveva sorriso lei, di rimando. Poco dopo aveva aggiunto: «sono arrivata, ti auguro una buona giornata!»

«Bene, anche a te!» Luigi aveva proseguito girandosi un paio di volte per salutarla.

Da quel giorno, era capitato di incontrarsi ancora qualche volta e avevano preso l’abitudine di scendere un paio di fermate prima per avere più tempo per parlare.

Sara non aveva mai osato affrontare l’argomento religioso con lui, un pudore tutto nuovo le impediva di parlarne, come se presagisse che fosse una sorta di tabù. Nel percorso che compivano insieme, lui le raccontava dei primi passi nella facoltà di Medicina a Careggi e lei ascoltava divertita, in silenzio. Le cure fisiche erano un argomento difficile da affrontare: da quando era venuto a mancare il suo cuginetto, a cui era affezionata come a un fratello, spesse volte si era chiesta, con grandissimi sensi di colpa per il pensiero impuro, se fosse giusto lasciar morire una persona pur di non mescolare il sangue. Quindi, gli parlava più che altro della scuola, della maturità che si avvicinava con passi da gigante, di come le sarebbe piaciuto trovare un lavoro come impiegata.

Luigi sembrava aver capito i dubbi che le si muovevano in petto e che, a volte, le scurivano gli occhi come nuvole di marzo.

«Sai, sono ebreo» le aveva detto un giorno col suo accento del Nord «ma questo non deve minare la nostra amicizia, in fondo, anche se con qualche differenza, noi crediamo nello stesso Dio.»

Quella frase l’aveva lasciata a bocca aperta e l’aveva colpita tantissimo, ci rimuginava su in ogni momento libero.

Sua madre, già insospettita per il ritardo con cui rientrava a casa quando incontrava Luigi sull’autobus, vedendola distratta come mai prima, aveva affrontato l’argomento.

«Da un po’ di tempo ti vedo soprappensiero Sara. Cos’hai? Hai qualche problema a scuola?»

«Nessun problema a scuola, mamma» aveva risposto, sapendo di non mentire.

«Allora, figlia mia, che cosa ti succede?»

«Ho solo conosciuto una persona, mamma, un amico.»

Aveva finito per raccontarle tutto, fino dal giorno in cui si erano conosciuti e aveva visto la madre cambiare colore. Il sorriso con cui aveva seguito il suo racconto si era spento nell’attimo stesso in cui le aveva rivelato che Luigi era ebreo.

Maledette regole, pensava adesso, mentre si soffiava il naso seduta sul letto, spaventata per la ribellione che sentiva gonfiarle dentro al petto.

Si alzò e si avvicinò alla libreria, estraendo la Bibbia. La copertina rosso mattone con incisioni dorate era logorata dalla quantità di mani che l’avevano aperta e sfogliata prima di lei.

«Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore[1].» La sua voce, arrochita dal pianto, si perse nella solitudine della stanza. Perché sua madre giudicava Luigi senza conoscerlo? Forse se gliel’avesse presentato… Subito dopo aver formulato questo pensiero, seppe che non ne avrebbe fatto di nulla. Le citazioni della Bibbia, così familiari, le affollarono i pensieri e una si impose su tutti gli altri: “Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.”[2]

Sara ebbe un moto di stizza perché sentiva che la sua vita le andava sempre più stretta, anche se aveva paura ad ammetterlo. I suoi compagni di classe erano in fermento, gli insegnanti erano in fermento e prendevano piede nuove contestazioni alle quali non poteva che assistere ammutolita e in disparte. Tutto era in fermento, fuori e dentro di lei. La sua curiosità, la sua capacità di osservare e ragionare con calma su ciò che le accadeva intorno, la lasciava ogni sera con più domande che risposte. In un mondo dove tutto stava cambiando alla velocità della luce, il suo mondo sembrava sempre più piccolo e fragile. Erano forse quelli gli anni di Satana prima del Giudizio finale?

Ripensò a Luigi cercando di essere obiettiva: lui era sempre cortese con lei e sempre corretto, anche troppo, si disse.

“Se tu gli piacessi davvero, Sara e lui non fosse solo gentile, ti avrebbe proposto un appuntamento o te l’avrebbe fatto capire.”

Valeva davvero la pena mettere lo scompiglio in casa per qualcosa che rischiava di essere solo un sogno nella sua mente? Troppe regole li dividevano, troppe differenze, troppi dogmi.

Sara si asciugò la guancia col dorso della mano, mentre pensava che proprio per questo la loro amicizia era preziosa, come un fiore nato nel deserto. Sarebbe stata più attenta.

Il giorno dopo Luigi non era sull’autobus e nemmeno quello successivo. Sara lo attese alla fermata e fece mille supposizioni, liquidandole tutte. Non era da lui, si diceva, sparire così. Che gli fosse accaduto qualcosa di brutto?

In casa mascherava la sua ansia, l’orecchio attento a cogliere qualunque sfumatura che potesse confermarle che in tutto questo non c’entravano i suoi genitori come aveva iniziato a pensare, ma tutto sembrava come al solito.

Il terzo giorno, fatti pochi passi dalla fermata, venne avvicinata da una ragazza sorridente.

«Ciao, tu devi essere Sara! Io sono Esther, la cugina di Luigi.» Estrasse dalla borsa una lettera. Questa è per te, da parte sua.» Gliela porse osservandola con curiosità con i suoi grandi occhi scuri. Sara sporse appena la mano per afferrarla, sorpresa, senza trovare nemmeno le parole per ringraziarla. Le fece un cenno con la testa e si separarono. Poco più avanti raggiunse un giardinetto dove, qualche volta, lei e Luigi si erano seduti per parlare di tutto e di niente, delle regole dettate dalle rispettive famiglie, della loro voglia di libertà. La solita panchina era vuota, avvolta dall’ombra del tiglio.

“Cara Sara, scusami se non ti ho salutato ma sono dovuto tornare in fretta a Milano per gravi problemi familiari. Non so quando e se potrò tornare, mia madre avrà bisogno di me e continuerò l’università qui, vicino a casa.

È stato bello conoscerti e parlare con te. Tu hai una grande intelligenza, Sara, non accontentarti di ciò che sai o che ti hanno detto, allenati al pensiero critico, a mettere in dubbio le verità immutabili. Lo so, sembra strano detto da un ebreo ma io lo sono solo di nome grazie alla Scienza e vedo che hai questo seme già dentro di te. Coltivalo, ti aiuterà. Se un giorno Dio vorrà che ci incontreremo di nuovo, mi piacerebbe ripartire proprio da qui, da ciò che ci ha unito malgrado tutto: il dubbio.

Con tanto affetto

Luigi

Sara piegò la lettera e rimase seduta per un tempo indefinito, combattuta tra ciò che le era stato insegnato essere giusto e ciò che cominciava a pensare potesse essere giusto. Ma, dopotutto, non occorreva scegliere per forza. Forse il Signore la stava mettendo alla prova perché anche lei trovasse la sua via senza smettere di confidare nella sua bontà. Si alzò e si avviò quietamente verso casa, gettando la lettera in un cestino. Fatti pochi passi cominciò a pregare sottovoce.

«Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.»


[1]Siracide 6: 16

[2]Colossesi  3:20

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