WEN – PITTURA – Ambasce e ribellione, i tormenti del giovane allievo – Chiara Sardelli

Firenze, Aprile 2083

Trovava assurdo quel compito che gli era stato affidato:
“Scegliete un classico della pittura del diciannovesimo secolo che sia di arte figurativa, analizzandone la tecnica: cromia, uso del chiaro scuro, relazione tra figure e sfondo, espressione suggerita dai volti e o movimenti dei corpi, uso dello spazio, ritmia tra vuoti e pieni, scelta e originalità del soggetto e quanto altro vi possa venire in mente. Dopo di che, lasciandovi ispirare, portate a compimento una vostra creazione, tenendovi pronti a commentarla per i vostri colleghi di aula.”

Filippo Bonaccorsi odiava che i compiti fossero dati così indiscriminati, uguali per tutti. Frequentava quella classe dell’Accademia da più di un anno. La docenza non poteva non avere ben chiare le differenze tra gli allievi. Non solo vi erano diversi livelli di perizia e di acquisizione nelle armi del mestiere, ma le opere dei giovani esprimevano concezioni pittoriche distanti tra loro, spesso un substrato emotivo che stentava ad affermarsi e che non poteva essere ignorato da chi, attraverso l’Accademia, aspirasse a farsi maestro ed educatore.

Anche l’ispirazione seguiva in ciascuno di loro un proprio itinerario e a risvegliarla non contribuivano certo quei metodi che facevano sentire Filippo un semplice numero.

A complicare le sue giornate, poche quelle che lo dividevano dalla realizzazione della pittura ai fini didattici, contribuiva tutto il subbuglio che in lui andavano scolpendo i fatti di cronaca o forse bisognerebbe dire gli eventi che stavano assumendo i caratteri della Storia scritta con la maiuscola.

Il paese era uscito dalle elezioni politiche, tenutesi nel febbraio dell’anno precedente profondamente diviso con un elettorato in pratica spaccato a metà. Le forze conservatrici e quelle più estreme, di carattere reazionario, avevano contestato i risultati elettorali che avevano dato la vittoria, sebbene risicata per numeri di suffragi, alla parte avversa. Il governo instaurato, pressato dalle sommosse popolari che infiammavano le piazze e profondamente logorato dalle divisioni interne alla colazione, risultava dimissionario dopo appena tre mesi.

Falliti i tentativi di costituzione di altre coalizioni governative, il paese era tornato alle urne nel mese di ottobre  e questa volta la destra aveva vinto e vinto bene.

Le forze di opposizione si erano piegate ai risultati elettorali, ma lo scontento attraversava profondi e diffusi strati della società.

Le restrizioni alle libertà personali, il soffocamento del dissenso uniti a una comunicazione vuota di contenuti ma propagandante l’immagine del gruppo al potere, l’indulgenza di chi sempre sale sul carro del vincitore verso il dilagante nepotismo, avevano esasperato gli animi e un gruppo nutrito di intellettuali, i soliti radical chic a stare all’immagine che ne traevano i detrattori, non si erano esercitati solo in vuoti proclami e firme di manifesti autoreferenziali. Avevano tentato il coinvolgimento nella scuola, attratto a sé le avanguardie artistiche, contaminato i laboratori artigiani, scosso con il pensiero critico anche le fasce della popolazione che per il benessere grasso di cui godevano quand’anche non simpatizzavano, guardavano a quei fermenti con una coscienza risvegliata aperta alle innovazioni.

Le fasce emarginate della popolazione, schiere sempre più folte di diseredati respinti ai margini e anche sottrattisi al vivere civile, stentavano a trovare un proprio profeta. Gli avvocati di strada, i preti spesso sospesi a divinis o addirittura ridotti allo stato laicale, i medici che onorando il giuramento di Ippocrate esercitavano gratuitamente la professione a favore dei meno abbienti, soffrivano di un isolamento che impediva qualsiasi loro azione collettiva. Era impensabile organizzare un movimento politico visibile dotato di credito politico.

Questi ultimi semplicemente stavano ad aspettare.

Sia come sia, in molte città erano sorte manifestazioni di piazza che disturbavano i manovratori al potere e le micce erano tante, imprevedibili e difficilmente controllabili. Talvolta si trattava delle morti sul lavoro, talaltra della sicurezza delle popolazioni messe a rischio dalle nuove energie che continuavano a compromettere i livelli di vivibilità sul pianeta o piuttosto si contestavano le spese militari, o ancora la scarsa mobilità tra le classi sociali che oscurava il futuro delle giovani generazioni costrette a emigrare. Una forte adesione ricevevano le istanze dirette a ribellarsi contro gli eccessi e i paradossi burocratici.

Tanto per citare gli episodi e i temi più eclatanti. Il governo a differenza degli emarginati non era stato a guardare: i moti erano stati repressi, in casi isolati nel sangue, ma sempre con arresti che producevano stati di fermo e stazionamenti nelle patrie galere senza termini di cessazione in attesa di processi che, per quanto si riusciva a sapere, venivano disattesi e prolungati.

E Filippo, vi domanderete voi? Si era appiattito sulle posizioni della famiglia che gli aveva caldamente consigliato di tenersi alla larga dalle manifestazioni popolari. D’altronde il ragazzo nutriva ben poche speranze nelle masse e nella loro azione, convinto che fossero manovrabili e si facessero strumento di un pensiero e di un’azione che non mirasse realmente a tutelarle.

Tuttavia Filippo amava la sua città e gli eccessi nella repressione che purtroppo l’avevano interessata non lo lasciavano indifferente.

Si convinse così che il quadro figurativo da scegliere per il compito in classe dovesse avere uno sfondo politico.

Detto fatto, l’illuminazione si era accesa e lo guidava nella scelta.

La maestria di Jacques-Louis David in La Morte di Marat gli fece compagnia nelle riflessioni di giorno ossessionandolo in più di una notte insonne.

Cominciò prima con dei bozzetti semplicemente a ricopiare il quadro, poi con lecite variazioni il giovane compose delle pitture con la tecnica della matita sanguigna a lui cara.

Eppure qualcosa gli mancava, nonostante avesse compiuto una full immersion nel dipinto classico di Jean Louis David immaginandone i percorsi di ispirazione creativa, Filippo era invaso dall’insoddisfazione, sentiva la necessità di qualcosa che lo scuotesse fin nelle viscere e lo facesse sentire vivo.

Una mattina salì sconsolato al piano superiore di quella villetta in cui viveva, ritirata nelle mura domestiche, una sua ava affetta da demenza senile rimessa o meglio abbandonata alle cure di personale badante.

La bisnonna lo riconosceva a stento, ma nelle sue visite, alquanto diradate, al dire il vero, si placavano in lei i demoni che la spingevano a reazioni inconsulte e irate.

Non fu difficile convincere la donna a stendersi sul letto e, scostate le coperte, aiutata anche dalla domestica, ella, che indossava la classica veste da notte di cadaverico colore, fu coricata sul fianco, una delle braccia abbandonata a simulare l’assenza di controllo motorio.

Il giovane trasse all’inizio un bozzetto e lo perfezionò tornando più volte a incontrare quella modella così fuori di sesto.

Quindi, supportato dall’immaginazione, Filippo creò lo sfondo e arricchì l’ambientazione di immagini, sparse come indizi, che riportassero ai tempi presenti.

Tra questi indizi, il più eloquente: lo schermo di un pc immortalato mentre ricorreva tramite plug in lo scritto La Repubblica muore e questo fu il titolo del dipinto che finalmente riuscì a realizzare.

di Chiara Sardelli

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