WEN – PITTURA – La battaglia di Lucia – Laura Gronchi

Papà e nonna pranzavano seduti a tavola.

In mezzo a loro, Lucia sbocconcellava le penne al ragù rimaste nel piatto.

Dopo la perdita della mamma, le si era chiuso lo stomaco; anche davanti alla pietanza preferita, la bocca si riempiva di saliva e la nausea montava acida dallo stomaco, impedendole di continuare a mangiare.

«Cerca di finire almeno la pasta, oggi» la esortò nonna Giulia.

La bimba la fissò, gli occhi neri già annacquati. «Non ci riesco, non mi va più.»

«Per la miseria, sforzati!» sbottò il padre, dando un pugno alla tavola.

Lucia tirò su con il naso, asciugò i lucciconi che rigavano le guance con le mani strette a pugno, poi corse a rifugiarsi in camera.

Dalla porta socchiusa sentì la voce alterata del genitore scontrarsi con quella paziente della nonna.

«La porto dallo psicologo, io!»

«Dalle tempo, come vuoi che possa aiutarla un estraneo?»

«Non studia, non gioca, non mangia, parla a fatica, cos’altro dovrei aspettare?»

Lucia portò le mani alle orecchie e si rannicchiò nel letto. Voleva stare da sola a ricordare i momenti felici con sua madre. Non le interessava altro.

Le due bambine scesero dallo scuolabus e la vocina squillante di Greta risuonò nel cortile. «Allora ci vieni? E dai.»

«Ti ho detto di no» ribatté Lucia che allungò il passo.

«Uffa! Da sola non ci vado. Non conosco nessuno!»

Nonna Giulia, che le stava aspettando sull’uscio, s’intromise. «Dove vorreste andare di bello?

Il volto paffutello di Greta si alzò, attraversato da un sorriso solare. «Al corso di pittura! A scuola!»

Lucia s’irrigidì quando la nonna si girò verso di lei. «Eri brava a disegno, perché non provi? Hai ancora pennelli e tempere in camera tua.»

La bambina sentì la rabbia montarle dentro e le elargì uno sguardo assassino.

Non mi va di uscire, voglio chiudere il mondo fuori e starmene circondata dai ricordi della mamma. Tuttavia non disse nulla e varcò il portone imbronciata.

Rassegnata Lucia stava in piedi davanti al cavalletto; Irene, l’insegnante di pittura, aveva chiesto agli alunni di abbozzare delle margherite e dipingerle a piacimento.

La bimba sbirciò Greta che, accanto a lei, aveva fatto un pasticcio, i fiori erano storti e sproporzionati, aveva dosato male l’acqua, il giallo e il verde colavano lungo il foglio.

Le venne da ridere, ma appena se ne accorse, strinse le labbra e tornò seria.

La maestra iniziò a girare tra gli scolari dando suggerimenti, quando giunse da Greta la incoraggiò a riprovare. Arrivata da lei invece rimase in silenzio a osservare il mazzolino bigio bordato di nero, prima di andare oltre, lasciandola frustrata.

Le settimane passarono e l’ora di pittura diventò una sfida per Lucia.

A ogni lezione provocava l’insegnante con dipinti sempre più lugubri che l’altra osservava senza fiatare: alberi secchi, tombe, cimiteri, tutti rigorosamente grigi e neri.

Di certo sa che è morta mia mamma e mi compatisce.

Anche quel giorno si preparò per la sua battaglia contro Irene; intingendo il pennello nell’acqua, si accorse però che il nero era finito.

Aprì la bocca per farselo prestare dall’amica, ma lo sguardo fu catturato dal sole che splendeva al di là della finestra, lo spostò poi sulla tavolozza dei colori: in realtà era il giallo il suo preferito, ma anche il blu non le dispiaceva. Disegnò di getto dei fiori di fantasia, che dipinse di azzurro con piccoli tocchi gialli.

«Belli, sembrano “non ti scordar di me”.» Lucia sobbalzò, non aveva sentito arrivare la maestra.

«Non li ho mai visti» farfugliò.

«Ti va se cerco una foto e la prossima volta li disegniamo insieme?»

Lucia arrossì. «Magari, sì.» Dopo tanto tempo si permise di ricambiare il sorriso che le rivolgeva.

La guerra che aveva intrapreso contro Irene e il mondo era finita.

di Laura Gronchi

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