
sabato 22 aprile 2000
Lavoro come vigilante nella mostra “ Caravaggio. La luce della pittura lombarda “ e il suono dell’allarme mi conforta, mi delizia. Arriva puntuale quando qualcuno si azzarda a sporgere il braccio oltre alla barriera e lascia vagare la mano per indicare un dettaglio, un contrasto di colore che il Maestro ha creato come una rivelazione. Si diffonde con allegria, sembra proprio un cinguettio e una voce metallica dice : preallarme. I visitatori più sensibili, quelli che si preoccupano della salute dei dipinti, arretrano come se avessero fatto un danno reale. C’è chi invece scruta gli altri con fare inquisitorio e poi mi cerca con lo sguardo per vedere, quando lo ammonirò, il colpevole.
Intervengo con fermezza e so che la mia gentilezza colpisce sempre il bersaglio. Rassicuro che non è successo nulla, ma ricordo che è opportuno mantenere una certa distanza dalle tele. E non attardarsi in conversazioni prolungate, per consentire ad ognuno di effettuare la propria visita senza essere disturbato dalle chiacchiere altrui. Le sensazioni, le riflessioni, le citazioni, i raffronti sono un repertorio d’interesse personale che come tale deve stare fuori dalle sale, esprimersi al meglio in uno spazio privato. Dunque contatti brevi.
I quadri devono respirare e i visitatori circolare.
Da qualche giorno osservo i loro vari tipi di deambulazione, la geometria delle gambe, la loro posizione. E, sollecitata dall’essere in questo regno d’Arte, in modo del tutto arbitrario, così inutile da soddisfarmi, le associo ad alcuni atteggiamenti mentali. Dunque le gambe stanno quiete o si divaricano. Formano rette da cui mirare a una presa sicura del contenuto estetico. Oppure si spostano disegnando un’ellisse con movimenti che cambiano di continuo angolatura perché vogliono esplorare, ma non hanno una strategia di conoscenza, non si soffermano su una interpretazione. La loro attenzione è interrotta da altre preoccupazioni, da altri interessi. E sgomberano la sala, spinte dalle fretta di ritornare ad impegni a breve scadenza o di assaporare di nuovo la luce naturale, un gelato, un caffè.
Anch’io tra non molto riavrò la possibilità di stare di più all’aria aperta, sono quasi alla fine del mio
incarico e non mi rallegro affatto.
Sono stata finalmente autorizzata a stare fissa nella mia sala preferita. Avverto che l’aria adesso si è impregnata di una concentrazione ad alto rischio. Un gruppetto di persone che continuano a chiacchierare si sono messe proprio davanti a Sant’Orsola. La martire si sta guardando morire e cerca di bloccare con le mani, di un grigio argentato che mi ricorda la malinconia di Chagall, il sangue che le esce dal petto. Mentre il capo barbaro assassino che ha scoccato la freccia mortale la guarda sbalordito.
Hanno smesso di parlare e la stanno fissando, ignorando le altre figure della composizione. La loro temperatura corporea sta facendo diminuire la tolleranza della tela mettendo in pericolo la sua buona conservazione. So cosa stanno provando, conosco quell’intensità giacché quando la Galleria d’Arte Moderna si svuota La Santa mi chiama e si rinnova il mio stupore doloroso. Lei emana una forza che materializza la sospensione tra la Vita e la Morte e mi sconvolge. Non si può fare a meno di contemplarla, di specchiarsi in qualcosa di noi che sta morendo. A quanto pare quella evidente vibrazione è lungi dal turbare più di tanto quelle persone che dopo una manciata di secondi si orientano d’istinto verso un altro punto della sala e poi verso l’Uscita. Menomale.
Riprendo le mie funzioni di controllo. Mi posiziono nel punto strategico che mi offre la visuale completa dei dipinti e dei nuovi visitatori. Spio le loro spalle, le scapole potrebbero fremere di desiderio. Anticipando il movimento delle mani che potrebbero essere attratte dall’impulso di toccare i colori oppure di ferirli. Uno dei primi giorni che lavoravo qui ho iniziato a tenere d’occhio un soggetto che pareva colpito dalla sindrome di Stendhal, quel tipo di rapimento estetico che può esplodere in atti di vandalismo. Se ne stava accovacciato davanti al quadro, sempre lo stesso, prendeva nell’aria misure che erano il tentativo di imitare il Maestro. E’ ritornato più volte, ormai tutto il personale lo ha individuato. Ma poi i suoi modi garbati, la sua naturalezza ci hanno convinto che non c’è proprio da preoccuparsi. Della Santa non si è mai curato così ieri gli ho sorriso con entusiasmo e lui di rimando mi ha fatto un cenno d’intesa che mi ha fatto piacere. Non posso tuttavia fare a meno di provare una certa ansia nei confronti di una visitatrice appena entrata. Si è messa dritta davanti alla Santa e cosa fa con la bocca? Muove le labbra come in un sussurro, poi con le mani le stringe come per impedirsi di parlare o di gridare. Si arrocca in un’immobilità di silenzio, di meditazione. E’ ammaliata e si sta ammalando perché forse ha scoperto qualcosa che ancora non so. Non mi può sfuggire, non devo lasciarla andare via. Ora con un pretesto mi avvicino per conoscerla e carpire il suo segreto.
di Rosalba Nola

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