
Nella notte afosa, Maria aprì il cancello e fece per uscire seguita dal marito Luca.
La voce dell’uomo li bloccò sulla soglia.
Lei corrugò la fronte, in un’espressione ostile, il marito si girò verso l’interlocutore poi tornò a guardarla, le sopracciglia inarcate in una domanda inespressa.
Erano stati interrotti mentre parlavano fitto, fitto, delle mille cose con cui avrebbero riempito l’unica settimana di ferie; pensieri profumati di salsedine, illuminati dal sole allo zenit e da tramonti dorati, che avrebbero rallegrato i loro cuori durante le grige giornate lavorative.
Avevano preso in affitto un piccolo appartamento al mare, al primo piano, in zona defilata, poco costosa.
Al piano terra abitava l’uomo che li aveva fermati, un tizio alto, corpulento; lo avevano intravisto all’arrivo, mentre chiacchierava al telefono sulla porta.
Si erano salutati con un cenno della testa, loro due carichi di bagagli, lui preso dalla conversazione.
La voce meridionale aveva continuato a sgorgare come acqua da un tubo rotto, mentre riponevano abiti e provviste al piano superiore.
Pure nel silenzio della notte, un sommesso borbottio li aveva accompagnati nelle peregrinazioni alla toilette.
L’accesso ai due appartamenti avveniva tramite un vialetto, largo circa un metro e occupato, per un terzo della larghezza, da un’aiuola con rose e margherite dall’aria maltrattata.
Su questa aiuola, il vicino aveva l’abitudine di lasciare una bici rugginosa, rendendo arduo passare senza graffiarsi.
Poco dopo l’arrivo, Maria gli aveva chiesto se fosse sua, e, al cenno d’assenso, lo aveva pregato di spostarla.
Quando la sera erano tornati dal mare, il catorcio era ancora sui fiori.
«Lascia perdere» le aveva detto Luca. «Staremo qui pochi giorni.»
Maria invece aveva suonato all’appartamento del piano terra.
«Devo uscire di nuovo tra poco» aveva risposto il vicino, l’orecchio sempre incollato al cellulare. «Per la fretta l’ho lasciata lì.»
Porta in faccia e niente scuse.
Al mattino, l’apertura delle imposte non aveva portato refrigerio a una notte sudaticcia e insonne, ma trovare il vialetto libero aveva rallegrato il cuore di entrambi i coniugi che si erano preparati per la spiaggia tra risate, promesse e celie.
Quando la sera erano tornati, carichi di asciugamani, frutta e verdura, ritrovare la bicicletta in mezzo alla stradina era stata accolta da Maria come una provocazione.
«Lasciala stare» aveva detto il marito. «Lo fa di proposito.»
Lei però l’aveva accostata a un muretto nelle vicinanze, dove non avrebbe intralciato nessuno.
Poi se ne erano dimenticati fino al momento di uscire per prendere una boccata d’aria, dopocena.
«Perché avete tolto la bici?» chiese il tizio, senza preamboli, senza salutare, con una pesante calata siciliana che rendeva arduo comprenderlo.
«Lo sa bene, non si riesce a passare» rispose lei.
«Come si è permessa di usare una cosa mia?»
«Non è vero, l’ho solo spostata. L’ho chiesto con educazione, visto che non ha provveduto lei, l’ho fatto io.»
«Ah! La mia bici dà fastidio? Che dire allora di quando sbattete il cancello e mi svegliate?»
Maria e Luca si guardarono.
«Siamo qui da un giorno, non ce ne siamo accorti, cercheremo di fare più attenzione» disse Luca.
Maria gli rivolse uno sguardo da lanciafiamme.
«E del ticchettio dei tacchi sul pavimento?» rincarò la dose il siciliano.
A quelle affermazioni l’atteggiamento di lei cambiò e comprese che forse il marito non avesse tutti i torti a disinnescare. Entrambi mostrarono le ciabattine di gomma che indossavano. «Abbiamo solo queste, quali tacchi?»
«Sì, però avete fatto lo stesso una gran confusione.»
i due scossero la testa e ripresero la passeggiata, ignorandolo.
«Ehi, voi! Dove andate? Non ho ancora finito!» Le parole caddero nell’indifferenza.
«Ah! Che gente! Ma io vi denuncio, sapete?» continuò a vaneggiare il tipo.
A quel punto si fermarono di nuovo e fu Luca stavolta a prendere la parola. «Faccia come crede.» Poi si volse verso di lei.
«Basta così, andiamo a goderci la serata.»
Laura Gronchi

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