
Chiude il libro e dice irritata Siri “Aporìe, deductiones ad absurdum, sofismi, provocazioni… Dimmi tu, Iris, come si può basare su questi l’intera trama di un romanzo?”
Aggiunge l’altra “E per di più condito con briciole di filosofi della stazza di Pascal, Spinoza e Stirner e teologi come Giansenio e un finale a sorpresa, che sorpresa non è; ecco confezionata un’opera che la critica apprezzerà di sicuro, ma certamente non io, che la catalogo come una provocazione studiata a tavolino per far cassa, in mancanza di vera ispirazione”.
“Brava Iris, d’accordo su tutta la linea” sentenzia Siri; poi, ripreso in mano il testo e dato uno sguardo alla copertina, aggiunge “Già il titolo è un provocatorio specchietto per allodole “Cosmetica del nemico”: cosmetica ti fa pensare a creme e rossetti e invece no: nel nostro caso si ritorna ab ovo e la parola riacquista il suo significato originario di mettere ordine al disordine e lei, la scrittrice, s’arroga pure la laurea in etimologia!”
E Iris “Ordine al disordine di cosa, poi? Tu l’hai capito, Siri? Io no.”
“Si tratta del disordine interiore del personaggio principale, Jérôme, che conversa per tutto il tempo con un tale Textor Texel (“Textor… dal Latino texere… il testo è… una tessitura di parole” scrive l’autrice: scopre l’acqua calda Amélie Nothomb! Vecchia idea questa del narratore equiparato al tessitore: risale agli antichi Greci e Romani!). Dal colloquio il lettore apprende, insieme al protagonista, che non solo Textor è lo stupratore e l’assassino della moglie di Jérôme, ma anche che, in cauda venenum, Texel altri non è che l’alter ego del protagonista stesso: i due sono, insomma, una sola persona, la quale alla fine, dopo aver ritessuto nel giusto modo gli eventi della propria vita, incapace di accettarne il nuovo orrendo assetto, si suicida, sostituendo così l’ordine del cimitero all’antecedente disordine della psiche. Hai capito ora, Iris?”
“Un po’ meglio, grazie. Ma ti sembra credibile che Jérôme abbocchi così facilmente ai provocatòri sofismi dell’altro e si metta a tu per tu, facendosi invischiare sempre più, come un pesce nella rete o un uccellino in panie che più si dà da fare e più s’annoda? Mentre leggevo, mi facevano una rabbia tutti e due con la loro dialettica logorroica e i loro sofismi!”
“Sì davvero, Iris; seguendo i loro discorsi, mi riaffioravano alla mente i paradossi di Zenone di Elea… il mancato sorpasso di Achille sulla tartaruga… la freccia che non raggiunge mai il bersaglio… e via dicendo; da ragazza, in quelle circostanze, chiudevo il manuale di storia della filosofia esasperata e mi sembrava da fessi star lì a contestare questi paradossi con la dialettica e mettersi a dimostrare con la logica ciò che l’esperienza empirica mostra già nella sua lampante evidenza!”
“Provocazioni, sì, nient’altro che provocazioni, mia cara Amélie, scrittrice di successo! Nel rievocare il caos della psiche sconvolta, molto meglio la prosa di Kurt Vonnegut in “Mattatoio n. 5”, che mischia realtà e fantascienza e si serve del linguaggio analogico per far afferrare al volo tramite intuito e suggestione cosa siano il male oscuro e le aberrazioni della mente”.
“Parole sante, Iris! E ancora… quel sentimento tossico che i due chiamano amore… anche quello secondo me è pura provocazione.”
“Certo, Siri; e così pure i “tempi dello svelamento” che non sono conformi: più consono della sala d’attesa di un anonimo aeroporto sarebbe stato il buio della notte: sono quelle le ore normalmente più favorevoli ai travagli interiori, ai lambiccamenti mentali di una psiche disturbata… E la storia del coltello insanguinato, che da dieci anni giace, chiuso a chiave tranquillo tranquillo, in un cassetto dell’ufficio di Jérôme? Che te ne pare, Siri?” Quest’ultima, interrompendo Iris, con un sorriso sarcastico:
“Con la barzelletta dell’arma del delitto fatta ritrovare da Texel a Jérôme dopo un decennio, Amélie Nothomb vuole dimostrare l’alta efficienza inquisitoria della polizia, che tramite perquisizioni “accurate” anche nello studio del protagonista non ha mai aperto il cassetto, dov’è nascosto il coltello insanguinato! E poi… i due che sono uno solo… ma sarà poi vero che esistono queste situazioni estreme, laceranti fino alla morte… sdoppiamenti di personalità? O non son piuttosto provocazioni pseudo-intellettuali?”
“Non ci voglio pensare… ho troppo sonno… diamoci la buona notte… e un bel bacio… Come sei bella Siri, a questo specchio… Sogni d’oro”
“Notte notte anche a te… Come sei bella, Iris, a questo specchio”. Schiocca un bacio.
Un raggio di luna taglia in diagonale lo spazio del bagno e lo illumina: un accappatoio, un paio di ciabatte, un asciugamano, un paio di calze stese ad asciugare insieme a un paio di mutandine e a una maglietta, uno spazzolino da denti e sul grande specchio l’impronta rosso-cremisi di un’unica bocca, che, lì, vi ha stampato un grande bacio.
MITI – Miriam Ticci

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