
Accettare non è passività della Volontà, ma un atto di riconoscimento.
È l’intelletto che smette di opporsi al reale e lo coglie nella sua forma attuale, senza pretendere altro.
Nella lotta contro ciò che è, l’uomo consuma se stesso.
Accettare significa ritirare quel conflitto interno e restituire la mente a se.
Non è come dire “mi va bene così” ma vedere che il resistere non
cambia niente.
La filosofia stoica lo chiamava amor fati: amare ciò che accade non
per ingenuità, ma perché solo nel rapporto con il reale si può agire.
L’accettazione è il terreno. Il giudizio, la scelta, l’azione vengono dopo.
Accettare una parte di sé, un evento, un limite, è un atto di verità.
È togliere il velo dell’”avrebbe dovuto essere” per vedere ciò che è.
E solo ciò che è può essere trasformato.
C’è una quiete strana che arriva dopo. Come quando finisce la pioggia
e l’aria diventa più pulita. Non è rassegnazione, è libertà.
L’energia che usavi per trattenere, finalmente torna a te.

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