WEN – Scelte – Accettare – Accettazione – Maria Dina Tozzi

Ho undici anni, capelli di miele, occhi liquidi e bocca cucita.

A quattro mi hanno regalato una spazzola Hello Kitty. La gattina bianca disegnata sul manico, che non è una gatta ma una bambina britannica di nome Kitty White, aveva occhi, naso, baffi e un fiocchetto rosso su un orecchio. Le mancava la bocca. L’autore aveva voluto così perché chiunque potesse regalarle la sua lingua e le sue emozioni.

Ricordo di aver pianto quando si è rotta: Non ho voluto buttarla né averne una nuova, per questo l’ho ritrovata stamani rovistando in un mucchio di giocattoli vecchi. Mi sono messa a sfilare dalle setole, uno a uno, i miei capelli di bambina. Ho preso una lente di ingrandimento per guardarli meglio e ho cercato la radice e le doppie punte.. Che erano morti si capiva da quanto erano secchi e da come si spezzavano appena toccati. Se volevo una conferma del fatto di essere cresciuta, l’ho trovata.

Al tempo della spazzola avevo già capito di essere una bambina diversa, una ‘mutina selettiva’ dicevano i dottori. Non ero come Hello Kitty, perché parlavo e parlo, però solo con chi decido io.

I medici sostengono che è colpa dell’ansia, della paura degli altri. La verità? L’ansia e la paura me la danno tutti quelli che vogliono farmi parlare per forza e non accettano il mio silenzio prezioso. Visto che non sono né sorda né muta secondo loro non ho il diritto di non rispondere. Il mio rifiuto li indigna e, dietro la compassione, ora che sono cresciuta, leggo chiara l’offesa. Non si rassegnano al fatto che io abbia bisogno di un tempo infinito per stabilire legami sonori e si dimenticano che i miei genitori biologici non hanno avuto nessun desiderio di sentire la mia voce e di insegnarmi a parlare, visto che mi hanno abbandonata alla nascita. All’inizio hanno tutti una gran voglia di farmi aprire bocca e mi dicono le cose più stupide pur di strapparmi almeno una smorfia. Si stancano presto e il silenzio torna a riempire il vuoto e mi da sollievo.

Quando andavo alla scuola materna e alle elementari mi piacevano molto i miei compagni. Provavo a catturarli coi miei sorrisi, con lo sguardo che chiedeva contatto e non riceveva mai giudizio.

Per quelli della scuola media, invece, sono una sfida. Mi inseguono dappertutto con la bocca piena di domande: chi mi urla a squarciagola negli orecchi, chi usa il linguaggio dei segni, chi scrive le frasi più assurde su un quaderno o una lavagnetta per poi mettermela sotto il naso.

Fanno anche delle scommesse fra loro, lo so, ma dopo un po’ anche loro si arrendono. Niente più domande, solo sguardi furtivi e imbarazzati e, infine, silenzio. Perché mai non imparano a leggere i battiti delle mie ciglia, le arricciature del naso, le curvature del collo e delle spalle, il calore dei polpastrelli, invece di forzarmi la bocca?

Ieri ho infranto la regola. È successo con il mio compagno di banco l’unico che non si arrendeva. Per tutto l’anno ha continuato ad interrogarmi con insistenza e a rispondersi come gli pareva, inventandosi una ragazzina che certo non sono io. All’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola, ho tirato fuori la rabbia e la voce e gli ho urlato inferocita: – Lasciami in paceeeeeeeeee! Con te non voglio parlareeeeeee!.

Volevo spaventarlo e invece l’ho fatto felice. È corso in giro per tutta la scuola come un razzo urlando a squarciagola:

– Ho vinto la scommessa! Lei parla! E sa anche gridare! Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!’.

Non succederà mai più. Devo impegnarmi e imparare a controllarmi meglio.

Maria Dina Tozzi

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