
La vigna aspettava. I tralci nudi tendevano le dita verso il cielo, come a chiedere qualcosa che nessuno sapeva più dare. La terra, sotto, era dura e fredda, una madre stanca che aveva già partorito troppo. Era il marzo del ’44 quando il vento portò l’odore dell’erba nuova, ma anche quello del fumo lontano. Mischiati, come se pace e guerra respirassero dalla stessa bocca.
Toni se n’era andato con la leva, una parola breve che era caduta in casa nostra come una pietra. Mio marito non aveva alzato gli occhi dal tavolo: «La vigna chiede», aveva detto, «ma pure la patria chiede». Io non avevo risposto. Avevo continuato a rammendare la sua camicia, punto dopo punto, come se potessi cucire anche il tempo e impedire ai giorni di scivolare via verso il fronte.
Poi era venuto l’inverno del silenzio. Mio marito se n’era andato senza fare rumore, consumato dal gelo e dall’attesa di un figlio che non tornava. Ero rimasta sola. Le mie mani, abituate al ferro per potare e alla zappa, erano diventate improvvisamente leggere. Troppo leggere. Erano mani vuote. Mi fermavo tra i filari e guardavo lontano, dove la linea dell’orizzonte sembrava una ferita cucita male. «Qui c’è tutto quello che avevamo», dicevo alla terra. «E tutto quello che non tornerà».
La guerra era finita, dicevano. Ma la pace, quando arriva, non riporta indietro le braccia che ha tolto. Si limita a dire che adesso si può ricominciare. Ma non spiega come. Ero tornata a pulire i solchi, a legare i tralci con i giunchi, ma il cuore restava a digiuno. Era una fame strana, che non si curava con la polenta. Era la fame di chi ha accettato la storia senza mai poterle dare del tu.
Poi, nel giugno del ’46, arrivò quel pezzo di carta.
Arrivò a casa con un’autorità silenziosa e perentoria. La strinsi tra le dita, quelle dita screpolate dal lavoro e dal pianto. Non era la tessera del pane, quella che portavamo al forno con l’umiliazione di chi deve misurare la vita in grammi. Questa era diversa. Era liscia, pulita, eppure sembrava pesare quanto l’intera vigna.
Anna, la giornalista alla radio, diceva che dovevamo accettarle come biglietti d’amore. Io la stringevo e sentivo il battito del sangue sotto i polpastrelli. Per la prima volta nella mia vita, non ero “la madre di”, “la moglie di”, “la contadina di”. Ero io. Ero una scheda. Ero un voto.
Il giorno del seggio mi misi l’abito scuro, quello buono. Mi lavai le mani con cura, grattando via il nero della terra dai calli. Volevo che fossero pulite per toccare il futuro. In fila davanti alla scuola, eravamo tante. Molte portavano ancora lo scialle del lutto. Anche io. Ci guardavamo e nei nostri silenzi non c’era più solo il dolore, ma una strana, febbrile solennità. Eravamo ombre che stavano diventando corpi.
Entrai nella cabina. Il legno sapeva di matita e di chiuso. Chiusi gli occhi per un istante e sentii l’odore della vigna di Toni, il rumore del rammendo, il freddo delle notti di guerra. Poi aprii la scheda. Era un rettangolo di dignità.
Accettare quel destino non serviva a riempire la madia, ma saziava la fame dello spirito. Mangiare era importante per non morire, ma quel segno di matita serviva per iniziare a vivere. Uscii dalla cabina e le mie mani non mi sembrarono più vuote. Erano piene. Erano cariche di una responsabilità che profumava di pulito.
Lasciai cadere la scheda nell’urna. Il rumore fu un fruscio, leggero come una foglia che si posa al suolo in autunno, ma per me fu un boato che cancellò il rombo dei cannoni.
Tornai al campo che era quasi sera. La vigna era ancora lì, ostinata. Ma mentre legavo l’ultimo tralcio, non mi sentii più colei che accettava in silenzio il volere della terra o della patria. Il tempo aveva finalmente smesso di scorrermi addosso. Ora, quel tempo, lo stavo tenendo stretto io. Tra le mie mani che, per la prima volta, non avevano più paura di niente.

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