WEN – Scelte: Accettare – Oltre l’ultima curva – Lorenzo Iannelli

Sono ormai vent’anni che ondeggio nello spazio. I pianeti passano davanti come biglie colorate e io li osservo dall’oblò della navicella, aggrappato a un manubrio troppo grande per le mie mani lunghe e strette. C’è un silenzio che pesa come il cielo prima della pioggia; eppure sento qualcosa vibrare dentro, come corde di violoncello tese, pronte a suonare una musica che non conosco. Cerco vita. Ne ricerco i segni. Qualcuno che non sia solo luce, roccia o gas. O buio. Qualcuno che mi faccia sperare di non essere l’unico in questa infinita vastità.

Mi chiedo di continuo se cercare l’infinito serva davvero. Forse è un pretesto per scappare dal presente, per non sentire quanto la navicella sia vuota e io sia piccolo. Piccolo come un granello sospeso nell’aria, che si vede solo nel momento in cui il raggio lo sceglie. Ma non posso smettere di cercare. È come se ogni stella lontana fosse un enigma e io l’unico che prova a risolverlo. Senza certezza di riuscirci.

Quando guardo i pianeti, immagino di metterci piede. Prima o poi, oltre l’ultima curva di luce, oltre l’ultimo respiro del tempo, troverò qualcosa. Forse un essere che mi sorriderà senza parlare, che respirerà al mio ritmo e comprenderà la mia curiosità. Forse qualcuno che dimostrerà che non sono solo, che la vita non è un’eco senza risposta. Ma a volte penso anche il contrario: che non esista nulla. Che rincorrere l’infinito significhi solamente ricordarmi di me, della navicella, dei miei pensieri che rimbalzano come palline contro le pareti metalliche.

Mi chiedo: si deve accettare quello che c’è, o desiderare quello che manca? La risposta sembra sempre scappare via, come sabbia sottile tra le mani. Ma poi mi illumina un lampo di speranza: mi convinco che oltre il vuoto possa esserci qualcosa. Un luogo dove il silenzio non sia assordante, dove il buio non sia solitudine. Immagino una luce che svela, un respiro che non è il mio, ma che riconosco come familiare.

Il tempo scorre lento e io parlo da solo. A volte parlo con le stelle di quello che provo, come se fossero amici in ascolto. Loro non rispondono e questo accresce il mio turbamento, ma mi aiuta anche a riflettere. La mia ricerca non è solo per trovare qualcuno là fuori, ma per capire chi davvero sono io. Per dare un senso alla curiosità che brilla come il sole su un frammento di vetro.

Capita che mi fermi accanto a un pianeta e ne osservi i colori, i venti, le ombre. Vorrei toccare una superficie che non sia fredda come il metallo. Sogno che sotto i miei piedi ci sia vita. Che io possa passeggiare su terreno calpestabile, vero. Vorrei capire se il mondo là fuori reagisce o se rimane impassibile alla mia presenza.

E mentre continuo a cercare, penso che forse inseguire l’infinito potrebbe non significare raggiungerlo. È un’avventura che non finisce mai, una corsa senza traguardi che mi tiene vivo. Inseguire l’incommensurabile non significa negare i limiti, ma accettare di volerli superare. È il modo più autentico di essere me stesso.

Mentre guardo un’altra scia luminosa scappare via, realizzo che forse non sono solo. Forse la ricerca è già la risposta. Sorrido, sentendo le dita che sfuggono agli angoli del volante. Mi guardo nell’oblò come in uno specchio che rimanda la mia ombra proiettata dalla luce diafana della luna. Mi volto e i miei tre occhi fissano la mia silhouette: la coda si curva nella luce d’argento e oltre quella linea d’ombra si aprono i miei tentacoli, sottili come rami di corallo. Nessuno mi ha mai visto davvero, ma io sì. E in quel silenzio trapunto di stelle, per la prima volta, accetto di essere vivo.

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